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Golfo Persico in rivolta. Banalità, superficialità e rischio sicurezza

Golfo Persico in rivolta. Banalità, superficialità e rischio sicurezza - Global Trends & Security
La banalizzazione dei fenomeni è diventata la vera e tragica conseguenza della globalizzazione, altro che omogeneizzazione. Questa è la conclusione che mi viene spontanea dopo aver letto articoli, analisi, reportages e quant’altro abbonda grazie ai mass media circa le rivolte in Nord Africa. Come se, ad un tratto, storia e posizioni geografiche, identità nazionali e tribali, culture, lingue e dialetti,  e persino religioni differenti non avessero più nessuna incidenza. Tutto  appare appiattito in un unico (anche se più che condivisibile) desiderio di libertà  che si estende grazie all’effetto domino, in un automatismo che sembra prevalere e, proprio nel perfetto stile della globalizzazione, omogeneizzare la volontà politica di genti così diverse, dal Marocco al Golfo Persico.
Questa amara considerazione nasce dal fatto che si sia cercato di dare l’ennesima connotazione “floreale” o “colorata” alle rivolte, dalla Tunisia all’Egitto (gelsomini), quasi rammaricandosi di non avere ancora trovato quella giusta per la guerra civile in Libia. Tutto ciò non è ammissibile e giustificabile, se non con il desiderio di fare apparire un’analogia, che non c’è, fra queste rivolte e le rivoluzioni colorate avvenute nel primo decennio del nuovo millennio nei paesi dell’ex Unione Sovietica. Il risultato è di deviare l’interpretazione di avvenimenti e di portare a giudizi erronei, ma soprattutto a considerazioni politiche, economiche e strategiche per il futuro assolutamente corrotte da un vizio, ossia la banalità. 
Non è un caso che, nella memoria collettiva e grazie ai mass media, le rivoluzioni “colorate” dei paesi dalla Serbia (2000) a quelli dell’ex Unione Sovietica (Georgia 2003,Ucraina 2004, Kirghizistan e Azerbaijan 2005), siano state accostate forzatamente a quelle in Iraq (2003), Libano e Mongolia (2005), Myanmar (2007) sino a quella verde in Iran (2009), con una similitudine così riuscita da far applaudire alla vittoria di quella che è stata una vera e propria operazione di “marketing politico”: colore diverso ma logo simile (pugno nero chiuso in campo bianco), slogan diverso ma semplice e accessibile (fra i quali Gotov! Serbia, Kmara! Georgia, Pora! Ucraina) e, quel che più conta, un risultato simile comune (destituzione del governo filorusso).
Infatti, per le rivoluzioni “colorate” vi sono state, quasi per tutte, elezioni libere che hanno permesso  il cambio di uomini al governo (per lo più corrotti e autoritari, espressione più becera dell’era russa post comunista) con elementi  decisamente più filoccidentali ma soprattutto desiderosi di avviare il proprio paese verso un’economia di mercato, in cui liberalizzazioni e privatizzazioni dei rispettivi sistemi produttivi sono andate di pari passo con il processo di democratizzazione dei sistemi politici.
Movimenti che, nella maggioranza dei casi, sono stati contraddistinti dalla non violenza, in perfetta linea con quelle tattiche suggerite dal politologo statunitense Gene Sharp, come esplicita conferma di ciò che si supponeva da tempo, ossia che si sia trattato di movimenti gestiti ad arte da un’unica regia, in cui Stati Uniti e Unione Europea hanno agito congiuntamente. Non è il caso né di meravigliarsi né di gridare al complotto: si tratta di una naturale gestione dei rapporti di forza internazionali in cui, messa da parte la diplomazia, il destino di molte nazioni veniva prontamente inglobato in quello di influenza statunitense o occidentale che dir si voglia, dopo il crollo del muro di Berlino e la pericolosa deriva della Russia eltsiniana che lasciava ampie aree del suo ex impero senza più una superpotenza di riferimento.
Qualcosa, tuttavia, non è andato sempre a buon fine o comunque verso l’indirizzo deciso all’interno della stanza di regia: da un cambio di uomini al potere con elementi non così diversi dai predecessori (Azerbaijan) sino a fallimenti veri e propri (come a Myanmar e la violenta repressione contro i monaci tibetani),  quegli avvenimenti hanno finito più per illudere tragicamente le masse (Iran) che ad aiutarli a costruire una vera e propria opposizione democratica. 
E forse, proprio questi risultati, parziali se non completamente fallimentari come quello iraniano, dovrebbero far comprendere che non è possibile livellare e banalizzare il desiderio di democrazia e  di libertà delle genti, confidando solo nella loro buona volontà e nel tam tam mediatico e, ora, anche dei social network.
Con lo stesso approccio entusiasta ma superficiale si sta, infatti, affrontando, presso le cancellerie occidentali,  quel che avviene ora in altre aree di fermento, come Bahrein o Arabia Saudita, a cui si sono già da tempo affiancate Yemen, Oman, Kuwait e Qatar, ossia quella parte di mondo che è il Golfo Persico in cui, pare, si stia cercando di emulare i fratelli arabi nordafricani.
Il rischio – e dobbiamo chiederci se siamo pronti ad affrontarlo – è che vengano accumunati soggetti e azioni così differenti, in questo caso popoli e nazioni,  in un unico e mediocre piano in cui fattori strategici, che hanno avuto una valenza fondamentale nella geopolitica e geoeconomia di qualche tempo fa, stanno, invece, dimostrando di non contare più nulla. In pratica, non si sta facendo un distinguo fra personaggi ormai scomodi, come un Mubarak in Egitto, un Gheddafi in Libia,  un re  Fahd in Arabia Saudita o la laica dinastia al Khalifa del Bahrein, e il ruolo strategico delle loro rispettive nazioni, con le loro peculiarità economiche (si parla solo di petrolio), i loro contributi in termini di sicurezza (nostra e loro) e le diverse aspettative di popoli così dissimili che nemmeno la religione musulmana unisce, tanto da rischiare di non cogliere la portata delle conseguenze di una tale leggera sottovalutazione.   
Ciò che ora deve preoccupare è il manifestarsi di tumulti a Riyadh e lo slittamento di questi fenomeni rivoltosi in un’area come il Golfo Persico, strategica non solo per il petrolio ma per il rischio di andare a cozzare  e di sconvolgere  una realtà così delicata per la sicurezza mondiale, come hanno chiaramente dimostrato, nell’ultimo decennio, la guerra in Iraq e, da sempre, la questione israelo-palestinese.
Il fatto che anche dai paesi del Golfo Persico vi siano segnali di emulazione delle rivolte nordafricane deve fare tremare e non solo per gli effetti di un caro-petrolio per la ripresa economica di cui sembra preoccuparsi unicamente la comunità occidentale. Vi sono, infatti, peculiarità politiche, sociali, religiose ma soprattutto strategiche proprie a ciascuna di quelle nazioni che non debbono essere sottovalutate o, peggio, plaudite perché  sono una rappresentazione della nostra idea di libertà.
Che dalla casa regnante dell’Arabia Saudita siano partite promesse di elargizioni al proprio popolo (per un equivalente di 36 miliardi di dollari) per placare gli animi dei suoi sudditi desiderosi di un cambiamento, confondendo legittime richieste di riforme politiche con petulanti lamentele, a cui si è aggiunto il dispiegamento a scopo dissuasivo di 10mila agenti nella regione di Qatif a minoranza sciita, finendo così per esacerbare ulteriormente gli animi, fa comprendere quanto possa essere spinoso il percorso verso la libertà per quel popolo.
L’Arabia Saudita è, infatti,  anche la nazione culla della religione islamica, proprio quell’islamismo che parrebbe essersi “risvegliato” con i fatti nordafricani, con le inevitabili preoccupazioni  di noi occidentali circa la loro degenerazione, e che vanno dalla presa di potere da parte di forze fondamentaliste ad un aumento del loro supporto a gruppi terroristici senza limiti di  discontinuità.
Che da uno Yemen destabilizzato e senza un governo legittimo e riconosciuto non si possano più controllare i flussi di migranti clandestini che, dalle coste dell’Africa orientale e passando il Golfo di Aden, invadono la penisola arabica e da qui il resto della regione, come parte di un potente giro di interessi economici che include la pesca di frodo, la pirateria, lo smaltimento illecito di rifiuti tossici sino al traffico di esseri umani, deve indurre alla prudenza.
Anche il fatto che il Bahrein non abbia petrolio, ma sia il centro della finanza islamica e, con il posizionamento della V flotta statunitense, soprattutto la base strategica per il controllo del litorale occidentale del Golfo contro il rischio iraniano, è già significativo di un impatto diverso che potrebbe avere una rivolta  al suo interno non sostenuta adeguatamente a livello internazionale.
Infatti, la posta in gioco in quell’area è data da numerosi fattori non considerati opportunamente: il primo e più vicino ai nostri interessi di sicurezza è quello del contenimento dell’influenza iraniana nel Golfo e sulla penisola arabica in generale. Il secondo, decisamente più importante, riguarda il fatto che i regimi del Golfo sono per lo più sunniti: destituirli in maniera violenta, con movimenti di opposizione deboli  e senza aver trovato un’alternativa valida e solida, se non governi militari di transizione, potrebbe scatenare una lotta fra fazioni religiose, in cui gli sciiti potrebbero emergere come elementi aggreganti, ma soprattutto catalizzatori di una guerra intraislamica.
Infatti, non è poi così chiaro a coloro che plaudono all’evenienza di possibili rivolte nei paesi del Golfo Persico in nome della libertà e della democrazia, che, in realtà, si tratta di uno scontro fra titani, come l’Arabia Saudita con accanto i paesi limitrofi più moderati , e l’Iran, e in cui sono in gioco la sorveglianza strategica di quelle acque con la loro valenza critica, dato che controllano i flussi commerciali che da Suez collegano l’ Estremo oriente all’Europa e Nord Africa, e viceversa, con tutte le implicazioni politiche e di sicurezza di quanto detto più sopra.
Non è poi trascurabile un altro fattore, che proietta l’intera questione su un livello strategico di più ampia portata e a più lunga scadenza: i paesi dell’ex impero sovietico avevano il chiaro obiettivo di liberarsi dal pesante legame che li univa a Mosca, accogliendo l’alternativa occidentale offerta da Stati Uniti e Unione Europea, forti economicamente e politicamente in grado di sostenerli per affinità storiche oltreché culturali, con la condivisione della sofferta privazione del diritto all’ autodeterminazione e delle libertà, pesante eredità della seconda guerra mondiale e intollerabile retaggio della guerra fredda.  
Quale alternativa possono ora garantire a questi Paesi nordafricani e mediorientali  gli Stati Uniti di questo nuovo millennio, indeboliti da una pesante crisi economica e finanziaria su cui grava innanzitutto il fardello della lotta al terrorismo e quella guerra irachena combattuta in nome della democrazia, ma che ha assolto solo in minima parte il suo compito? Non è un caso, infatti, che la decisione di Washington di ritirare le proprie truppe dall’Iraq stia avendo un impatto psicologico esorbitante sui governi moderati limitrofi proprio in relazione all’incertezza che essa porterà sull’equilibrio regionale, rimettendo in gioco fra quegli attori il ruolo di potenza egemone.
Quale supporto può dare un’Unione Europea in cui i suoi membri, atrofizzati nella difesa dei loro interessi particolaristici, nemmeno riescono a trovare un accordo unanime su come affrontare l’emergenza degli sbarchi di disperati sulle coste meridionali della loro regione? Così come non sanno esprimersi concordemente con una risposta militare di pronto intervento atta a salvaguardare l’incolumità della popolazione libica dall’offensiva delle forze governative contro i rivoltosi. Per questi ultimi sono finiti i tempi degli applausi e del sostegno solo morale alla loro lotta.
Cosa impedisce che nello sgretolarsi di questo scacchiere senza la garanzia di una valida alternativa non subentrino altre potenze esterne, finora ai margini del grande gioco ma altrettanto desiderose di parteciparvi, oppure movimenti estremisti in grado di gestire quelle rivolte perché  sicuramente più addentro a quelle realtà?
Chiediamoci allora  come poter agire veramente per costoro e trarre  benefici per entrambi, superando questa banalizzazione di fatti ed eventi, che ci induce a esaltarci per quelle rivolte e a paragonarle a quelle colorate o dei fiori di un decennio fa. E’ necessario abbattere questa superficialità  frutto della nostra (occidentale) ignoranza circa le reali conseguenze del nostro entusiasmo per il futuro di quei popoli.
Poniamo anche sul piatto della bilancia il fatto che queste rivolte di inizio 2011 possano essere risultato di un chiaro disegno di destabilizzazione. Non si tratta di essere complottisti: e, per una volta almeno, non riduciamo sempre il tutto anche a mediocri giudizi di comodo, ma chiediamoci, invece, quanto possano essere naturali fenomeni che si manifestano quasi contemporaneamente in una regione così vasta e con così differenti soggetti e interessi strategici in gioco. Come se accanto all’improvviso e unanime “risveglio” di quelle genti, noi europei o occidentali, ci fossimo miracolosamente resi conto che abbiamo condiviso con loro l’assurdo giogo dei loro regimi, scordando improvvisamente che, a differenza di quei popoli, ne abbiamo tratto solo benefici.
E’ ora di prendere coscienza che, sebbene la globalizzazione tenda ad amplificare e ad eguagliare le voci del dissenso, esistono realtà così differenti, ognuna con delicatissimi equilibri sociali, e che occorre procedere verso la liberazione e la democratizzazione di ognuna di loro, rispettando però proprio questa eterogeneità di attori e di aspettative. E tutto ciò dovrebbe accadere a prescindere dalle manifestazioni “colorate” o “floreali” di piazza, già troppe volte represse nel sangue se non degenerate in guerre di cui non sappiamo cogliere le conseguenze per loro, ma soprattutto le implicazioni e i contraccolpi per il nostro futuro.
Il primo e fondamentale aiuto che possiamo dare a queste più che legittime richieste è innanzitutto quello di non confinarle in operazioni di volgare marketing politico, espressione becera della nostra mediocrità che riduce, coerentemente ad un copione già visto, anche i diritti più naturali, come le libertà civili e politiche, a meri oggetti di scambio alla mercé dei flussi di un mercato esclusivo, ossia quello limitato e circoscritto al nostro ristretto punto di vista.


11/3/2011

Foto: Qatar, National Geographic