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Hezbollah e le proxy militias iraniane dal Libano all'Africa. Parte II

Hezbollah e le proxy militias iraniane dal Libano all'Africa. Parte II - Global Trends & Security

 [continua da Parte I]

Yemen e Africa 

L’azione di influenza di Teheran va oltre il più conosciuto e complesso scenario siriano-iracheno. Il suo appoggio in Yemen alla tribù (sciita) degli al-Houthi nella loro guerra, a nord, contro le tribù sunnite appoggiate dall’Arabia Saudita, e a sud, contro il rischio della caduta del governo centrale di Sana’a in mano ad al-Qaeda nella Penisola Arabica (AQAP), testimonia il progetto iraniano di trasformare costoro  negli hezbollah yemeniti. La stessa milizia armata degli al-Houthi, su imitazione della più famosa libanese, ha cambiato il suo nome in Ansarollah, e il suo appoggio alle forze armate regolari yemenite contro le forze qaediste, in quella che è ormai una guerra civile, è visto dai leader sciiti iraniani come il chiaro segnale di una similitudine fra i due gruppi e di una comunione  nella missione di lotta all’estremismo sunnita-salafita. La speranza di Teheran, insomma, è che costoro giochino in Yemen lo stesso ruolo settario e religioso proprio degli hezbollah in Libano, Siria e Iraq.

Nella stessa logica di contrasto, i miliziani di  Ansarollah  si confrontano con quelli dell’al-Islah, la branca (armata) yemenita dei Fratelli Musulmani, legata ad alcune potenti famiglie che difendono, appunto, il sunnismo contro l’ingerenza sciita iraniana, tanto da cercare l’appoggio finanziario di Paesi del Golfo come il Qatar. L’Iran, dunque, non si ferma: nella logica di “Stato nello Stato”, Teheran sta appoggiando pesantemente la penetrazione di uomini di Ansarollah all’interno delle forze armate e di sicurezza yemenite, tanto che le spese di mantenimento della stessa struttura armata sono ormai a carico del governo centrale yemenita. Non da meno, elementi Houthi-Ansarollah sono a fianco del Presidente yemenita con possibilità di porre il veto sulle decisioni del governo, condizionandolo senza avere, però, responsabilità diretta: insomma, un’influenza notevole degli uomini Houthi, conquistata attraverso l’azione militare del suo gruppo Ansarollah ampiamente supportato dall’Iran.

Di ciò paiono avere consapevolezza soprattutto i vertici militari statunitensi: nel novembre scorso, il gen. Lloyd Austin del CENTCOM, affermava pubblicamente di temere per gli Stati Uniti la perdita dello Yemen come partner strategico fra gli alleati nella guerra contro il terrorismo qaedista, a favore della forte influenza iraniana sul governo centrale proprio tramite elementi Houthi. Ne erano testimonianze, secondo il generale, sia l’antiamericanismo dilagante nella capitale Sana’a come il rifiuto proprio degli Houthi di collaborare congiuntamente con gli Stati Uniti attraverso la condivisione di obiettivi politici e militari per portare  il Paese alla stabilizzazione.

Quella yemenita è, però, anche la situazione più complessa a cui deve fare fronte Teheran nella sua conquista come potenza regionale. Lo stesso ex presidente yemenita A.A. Saleh, affermava che “governare lo Yemen equivale a danzare sulle teste di serpenti”, in chiaro riferimento alla straordinaria complessità di uno dei Paesi più poveri ma anche più strategici dell’area arabica e a un passo dall’Africa: ambiente tribale estremamente frazionato e da decenni in lotta, con una rivolta interna capeggiata da al-Qaeda, un movimento separatista a sud e un governo centrale in bancarotta, e nello sfondo potenze che ambiscono a porlo sotto loro tutela per via della sua posizione geografica strategica, dato il  controllo del traffico marittimo passante di fronte alle sue coste (alla base della conquista dei porti Hodeida e Ras Isa da parte di Ansarollah)  e come ponte verso l’Africa (tramite lo stretto di Bab al-Mandeb).

Proprio il continente africano può essere considerato il punto di partenza  e di arrivo dell’esperienza hezbollah: già negli anni ’80 l’organizzazione aveva creato cellule di supporto logistico in Guinea, Gabon e Senegal, attraverso l’uso quella che era stata la diaspora libanese di  fine del XIX e inizio del XX secolo, ossia  comunità libanesi sparse nell’Africa francese, con dapprima l’emigrazione di famiglie cristiane, a cui erano seguite quelle sunnite e sciite, queste ultime in particolare con l’acuirsi della guerra civile in Libano negli anni ’70 del secolo scorso. In Africa occidentale si è venuta così a riproporre, nel corso di alcuni decenni, la stessa struttura clanica e famigliare già presente  in Libano, ma così diffusa e potente da diventare la modalità prevalente di interazione sociale ed anche affaristica per quegli emigrati libanesi.

Agli affari leciti della maggioranza di quella comunità si sommarono ben presto quelli molto più proficui dell’ampia galassia dei traffici illeciti e il contrabbando dapprima di armi, poi di diamanti e ora di droga, con cui i “rappresentanti” in loco degli hezbollah   hanno garantito al movimento, fin dalle sue origini, un forte sostegno finanziario, grazie anche all’instabilità politica e alla dilagante corruzione degli apparati statali di molte realtà africane. Le guerre civili, come in Sierra Leone o in Congo, hanno poi permesso il prosperare del contrabbando di diamanti e, inevitabile, anche di armi: l’ampiezza  del fenomeno ha visto la rete hezbollah dominare l’intero commercio di diamanti congolesi, in un mix di imprese locali lecite e una buona dose di traffici illeciti che da quei Paesi giungono in Libano, passando da Anversa, Dubai e Mumbai per un valore complessivo di milioni di dollari annui.

Non da meno, elementi locali diretti da hezbollah controllano ora i traffici di droghe in arrivo dall’America centrale e latina sulle coste africane occidentali, dove vengono immagazzinate e poi spedite verso i mercati europei. Sono, infatti, ormai noti alle autorità i legami fra cartelli messicani e colombiani ed elementi libanesi presenti soprattutto in Nigeria e Guinea Bissau. A ciò si aggiungono anche interessi finanziari legati ad altri gruppi terroristici a cui hezbollah fanno da sponda per questi traffici, in una fitta rete di interrelazioni fra criminalità  dei cartelli sudamericani, organizzazioni terroristiche (come le FARC colombiane) e criminalità locale africana e internazionale (come la ‘ndrangheta), che viene a concretizzare quello che è noto come Nigerian model.

La prerogativa, al contempo elemento di forza, di questo network criminale sta nel non avere una struttura gerarchica ma una “rete di base”, in grado di crearsi e dissolversi all’occorrenza, rendendo estremamente complessa l’azione di contrasto, soprattutto da parte degli organismi internazionali della lotta al terrorismo e ai traffici illeciti.

Sullo sfondo di questa vasta e complessa interazione di soggetti sembra esserci sempre ed inevitabilmente il desiderio di potenze straniere di controllare realtà economiche e commerciali decisamente proficue: l’Iran non è mai stata da meno, come hanno dimostrato negli anni i rapporti con la Nigeria e  il Sudan e, anche se in tono minore, con la Somalia.

Già all’indomani della rivoluzione del 1979, l’Iran khomeinista aveva iniziato ad intessere relazioni  con la comunità sciita presente al nord della Nigeria (attualmente conta 80 milioni di persone) proprio per gestire meglio i cospicui traffici di armi e di droghe, tramite un gruppo di riferimento in loco, il Movimento Islamico della Nigeria, di cui ora si hanno testimonianze di legami con elementi delle Quds dell’IRCG e hezbollah, stando a fonti di intelligence statunitensi ed israeliane.

Proprio per aver maggior influenza, invece, in Somalia, ossia un Paese dalle valenze geostrategiche al pari di uno Yemen, Teheran, con l’aiuto degli hezbollah, già un ventennio fa aveva creato in Sudan la Guardia Rivoluzionaria Somala. La proiezione di potenza iraniana verso la Somalia, però, non si è realizzata per via del caos di quel Paese e della presenza di molteplici milizie, per lo più di stampo sunnita o addirittura filoqaediste come al-Shabaab, che hanno richiamato l’azione di contrasto al terrorismo soprattutto statunitense e, per quanto riguarda la minaccia piratesca, anche quella internazionale.

Tuttavia, se nella frammentata Somalia  i piani iraniani di creare forze sul modello hezbollah non hanno funzionato a dovere, nel Sudan di Omar Hassan al-Bashir  i progetti di Teheran hanno avuto maggior successo, facendo diventare il Paese africano un santuario fra i più sicuri ed attivi del terrorismo internazionale. Proprio gli hezbollah hanno sempre avuto nel Sudan, prima della sua divisione, un ruolo strategico nel controllo del traffico di armi, gestendolo in comunione con la potente tribù degli Abadba, in grado costoro di organizzare lo spostamento di armi verso il nord, attraverso l’Egitto e il Sinai  e, da qui, raggiungere Gaza con i noti sistemi via terra, mare e sotterranei, quest’ultimi diventati famosi con il conflitto fra Hamas e Israele dell’estate scorsa. Non da meno e in seguito all’embargo internazionale sulle armi, Teheran avrebbe voluto addirittura produrle direttamente in Sudan, in cambio di un maggior apporto alle frange politiche radicali estremiste sudanesi. Proprio il desiderio iraniano di  controllare, quindi,  Paesi  e acque del Corno d’Africa sarebbe dettato dalla necessità di aggirare i limiti imposti dagli embarghi di merci strategiche e quant’altro serva per portare avanti la rivoluzione sciita nel mondo musulmano. 

Da tutto ciò deriva il giudizio che numerosi osservatori ormai condividono, ossia che hezbollah non sia solo ed esclusivamente ciò che già si conosce dall’ esperienza libanese, ma un’entità dipendente e parte del VEVAK (ministero dell’intelligence e di sicurezza iraniano), da utilizzare anche come deterrente per creare fronti da cui agire per colpire i nemici della rivoluzione iraniana, in primis Israele, o salvaguardare gli interessi della comunità sciita, come ora in Siria, Iraq e Yemen.

Le milizie miste irregolari

Ma vi un ulteriore elemento che non deve essere sottovalutato nell’azione degli hezbollah a tale riguardo: proprio in Libano costoro appoggiano unità paramilitari o milizie irregolari non esclusivamente sciite, come  il gruppo Saraya al Muqawama al-Lubnaniaya (Brigate di Resistenza Libanese, composto da sunniti, drusi e cristiani) contro le incursioni armate dalla Siria di elementi di al-Nusra e Da’ish, a danno soprattutto dei cristiani libanesi. Sarebbero stati proprio costoro a chiedere aiuto a hezbollah, perché non si sarebbero sentiti adeguatamente protetti dalle  forze armate regolari del loro Paese: ciò si è rivelata come un’ ulteriore occasione per hezbollah di dimostrare lo spirito nazionalista che li spinge a proteggere il Libano da minacce esterne – e  non solo da Israele -  così come di attestare il pragmatismo che li caratterizza, sfruttando l’instabilità costante libanese come un’opportunità per un loro ruolo incisivo nella politica interna, e sminuendo in tal modo ogni accusa di settarismo e di  estremismo islamista.

La collaborazione fra hezbollah e  Saraya sarebbe così efficiente e proficua da fare di quest’ultima non solo una forza ausiliaria paramilitare degli stessi hezbollah, ma  addirittura un modello di c.d. milizie informali (ossia miste) peraltro già presenti in un’altra area calda del Libano, ossia la valle della Beka’a.  Gli hezbollah, sfruttando questa logica di aggancio di gruppi anche non sciiti, hanno così creato una specie di sub-network locali (self-defense committees), composti esclusivamente da membri di gruppi confessionali per ogni religione, e che conducono azioni di pattugliamento e addirittura operazioni militari su indicazioni delle informazioni date dagli stessi hezbollah. In pratica, a fronte di una debolezza strutturale del Libano a proteggersi con le proprie forze convenzionali, ecco emergere il modello, la struttura e l’operatività propria degli hezbollah, intesi come referenti certi per la sicurezza del Paese, anche per altri gruppi confessionali non necessariamente sciiti, tanto da accettarne l’appoggio, il coordinamento oltre che  l’indirizzo su dove e come operare militarmente. Non è  cosa di poco conto e che meriterebbe di essere studiata maggiormente nelle adeguate sedi di analisi politica, militare e di sicurezza.

Le domande infatti che è necessario porsi sono molteplici: che fine faranno le proxy militias irachene o libanesi una volta conclusa, si spera vittoriosamente, la guerra contro il Da’ish? E’ sicuro il “ritiro” militare  dell’Iran dallo scenario siriano, iracheno e yemenita dopo aver così pesantemente investito, non solo in termini  finanziari ma anche di immagine della propria potenza per quella parte di mondo musulmano? Ma, in particolare, vi è una domanda che assilla soprattutto gli analisti militari: è inverosimile uno scenario “libanese” dalla Siria all’Africa occidentale, in cui è forte il richiamo del modello vincente hezbollah per contrastare il jihadismo salafita che preme da Nord (Tunisia, Algeria, Libia, Egitto), con il rischio di scontri lunghi e sanguinosi in gran parte del continente africano fra le varie anime più estreme dell’islamismo o per la difesa di altre minoranze?

Osservatori politici e militari occidentali si limitano a rispondere che al momento quelle milizie servono per combattere Dai’sh e al-Qaeda nel Vicino Oriente. E ciò sarebbe per loro sufficiente. Ancora una volta, tuttavia, ciò rimanda a una visione limitata, al momento perdente, che non va oltre il  breve arco di tempo (3-5 anni?);  è quello stesso criterio che non è stato in grado di comprendere appieno - ed è per questo che ancora lo nega -  il ruolo di hezbollah nell’ultimo decennio come attore strategico nello scenario non solo libanese ma regionale, e che è destinato ad andare addirittura oltre, come le esperienze yemenita, sudanese e nigeriana sembrano profilare chiaramente.

23/12/2014

 

 

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