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I curdi, fattore strategico nello scenario mediorientale

I curdi, fattore strategico nello scenario mediorientale - Global Trends & Security

Fra qualche giorno, il 24 agosto,  a Erbil, la capitale della regione curda a nord-est dell’Iraq, si terrà la Conferenza nazionale  dei rappresentanti di quella vasta comunità mediorientale, a cui sono invitati oltre 300 delegati stranieri: si tratta di un incontro che non avrà certamente la giusta eco presso la stampa mondiale ma che, invece, rappresenta un momento  storico dalle valenze politiche attuali e strategiche future di enorme importanza. A far intuire la portata del fattore “curdo” nel complesso e turbolento scenario mediorientale dovrebbero essere anche solo le cifre che appartengono a questa etnia, considerata la più vasta al mondo senza ancora uno Stato autonomo  territorialmente e istituzionalmente ma, al contrario, separata e blindata militarmente dai confini di 4 Stati. Inoltre, le informazioni che giungono dal territorio curdo siriano circa l’emergenza umanitaria che si è venuta a creare per la fuga di quella gente dalle violenze delle milizie  jihadiste, ossia 21 mila rifugiati accampati lungo il confine con l’Iraq, confermano  non solo l’aggravarsi delle condizioni della popolazione civile in quel Paese, ma di come l’etnia curda possa nuovamente trovarsi al centro degli stravolgimenti geopolitici della regione.

 

Il Kurdistan, se esistesse come nazione indipendente, avrebbe un’estensione di 390mila Kmq, per ben 50 milioni di persone,  una ricchezza petrolifera  che farebbe di questo Stato il più ricco della regione mediorientale e, cosa non da poco in quell’area pressoché totalmente desertica, possiederebbe il controllo alla fonte delle acque del Tigri e dell’Eufrate che, dalle montagne curde turche, scendono a valle verso Siria e Iraq e da cui la Turchia, con i suoi faraonici progetti di dighe del GAP, trae il principale sostegno alla propria produzione di energia elettrica.

 

La realtà curda è, però, spalmata su ben 4 Stati fra i più caldi degli ultimi anni, ossia Iraq, Turchia, Siria e Iran, e ha avuto, in particolare negli ultimi due decenni,  una storia di antagonismo con  i governi centrali di Ankara e Bagdad. Costoro, infatti,  sono stati fra i più tenaci oppositori della costituzione di uno stato curdo autonomo, non solo per via di quel temuto “effetto domino”, che puntualmente viene citato nel caso di rivolte locali per l’indipendenza e relative possibili concessioni, quanto per il timore di perdere i vantaggi economici dal controllo di un’area fra le più ricche di petrolio e di acqua della regione. Ne sono nate cruente battaglie, come quelle  fra governo centrale turco e il Pkk, con l’affare Ocalan e la sua lotta armata dai risvolti tipici dei movimenti terroristici e sovversivi degli anni ’70 e le relative propaggini internazionali,  fino a diventare un “movimento di resistenza” come lo erano, allora, anche l’Ira, l’Eta e l’Olp.

 

Impossibile, quindi, parlare dell’affare curdo senza considerare quelli che sono stati i sanguinosi rapporti con le rispettive nazioni di appartenenza, soprattutto ora che, per diversi  motivi e gradi di importanza, la comunità curda partecipa attivamente a quelle che sono le grandi trasformazioni di quell’area, facendo emerge la sua valenza strategica come comunità oppressa e oltraggiata da decenni. L’esperienza della sua lotta armata, inoltre, che da sempre affianca la sua attività politica, non può non risultare utile in un momento di grande instabilità e insicurezza come quello che stanno attraversando, in particolare, l’Iraq e la Siria.

 

L’affare curdo sta, infatti, riemergendo nella complessità dello scenario mediorientale come uno dei risultati di questa fase di messa in discussione e sgretolamento di entità statali, quasi come per porre fine a quell’era nata con gli accordi di Sykes-Picot di smembramento dell’area con il loro modello di stato-nazione,  ideato a tavolino da Regno Unito e Francia durante la I guerra mondiale,  imposto e dolorosamente accettato dalla moltitudine di entità etniche che compongono ancora oggi il Medio Oriente. Infatti, quegli accordi negarono anche ai curdi un loro Stato indipendente e  quel che ora sta avvenendo sembra reinserirli nella storia come protagonisti: ignorarli  sarebbe un grave errore di valutazione politica e strategica sul futuro dei rapporti dell’area.

 

Non è un caso, infatti, che il turco Erdogan abbia visto, in questa travagliata fase di frammentazione della regione, l’opportunità per voltare pagina definitivamente e impegnarsi a fondo per trasformare l’annosa questione di quella sua parte di popolo,  da dolorosa e sanguinosa spina nel fianco di tutti i governi turchi, dal suo a quelli che lo hanno preceduto  (nel 2012, in Anatolia vi sono state 700 vittime della repressione di Ankara), alla carta vincente di una partita dai risvolti interni importanti per chi, come lui, cerca il consenso di questi 12milioni di cittadini, così come da quelli internazionali  considerevoli, se si pensa ai possibili effetti stabilizzanti per l’area da cui  emergerebbe la Turchia come potenza regionale.

 

Dell’affare curdo, soprattutto in Occidente, si ha la conoscenza dell’aspetto più battagliero, ossia quella lotta per la “rivolta socialista” del Pkk turco di Abdullah Ocalan, propria degli anni ’70, che divenne sempre più radicale nei toni e nei suoi sistemi di lotta a metà degli anni ’80, soprattutto nella regione anatolica, colpita dalla violenza delle  brigate curde che, a volte, si accanivano contro la loro stessa gente considerata non collaborativa con la loro causa autonomista. Gli inevitabili scontri con i c.d. protettori dei villaggi, ossia milizie armate che Ankara mise a disposizione per la sicurezza della propria popolazione contro l’azione dei guerriglieri curdi, portarono a oltre 30mila vittime, molte delle quali civili.

 

Non meno cruenti furono i rapporti fra il regime di Saddam Hussein e quella sua parte curda di popolo che, nel 1991, dovendo sfuggire alle persecuzioni del regime del rais, creò quella emergenza umanitaria lungo i confini Iraq-Turchia  che impose l’operazione internazionale Provide Comfort e che durò sino al 1996. Nel momento in cui, proprio in quell’anno, con la R986 l’Onu permise all’Iraq  limitate vendite di petrolio della sua regione curda, garantendo a quella popolazione anche parte dei proventi di quei traffici, ne nacque uno scontro  intestino fra fazioni che finirono per cercare alleati regionali  in quella che venne definita “la guerra suicida per il petrolio”.

 

Massoud Barzani, l’attuale   presidente della Regione Curda Irachena (KRG), ma allora capo del Partito democratico curdo (Dpk), non esitò ad allearsi con il vecchio nemico Saddam Hussein, mentre l’antagonista Jalal Talabani dell’Unione patriottica curda (Puk) e, dal 2005, presidente dell’Iraq, cercò l’appoggio addirittura di  Teheran, che mise a sua disposizione le milizie sciite di al-Badr e i Guardiani della Rivoluzione. Questi arrivarono a forare i confini iracheni e ad avere un vantaggio strategico così elevato da imporre a Saddam Hussein di intervenire a favore di Barzani, bombardando massicciamente le postazioni curde avversarie.  L’Iran, d’altronde, aveva interesse ad inserirsi nel conflitto  non solo contro Saddam, quanto a sostegno del Pkk in funzione antiturca, dato che Teheran mal sopportava il sostegno di Ankara all’opposizione della minoranza azera, presente sul  territorio iraniano e attiva contro l’operato del governo centrale.

 

Inevitabilmente,  a quella guerra si affiancò la stessa Turchia, sempre a caccia di guerriglieri del Pkk lungo i suoi confini, e quella che era nata come una guerra fra curdi, proprio per via del supporto di nazioni da anni antagoniste, rischiò di degenerare in un ulteriore conflitto allargato nell’area del Golfo, anche perché non poteva non mancare all’appello la Siria.

 

Damasco, infatti, secondo la tradizione ampiamente consolidata durante il regime di Hafez al-Assad, aveva garantito  al Pkk e alla resistenza curda la stessa assistenza in termini di denaro, armi e sostegno logistico  offerti ad altri gruppi terroristici dell’epoca, al fine anche di  contrastare  la Turchia; ciò si inquadrava nella logica dei ruoli di potenza della regione e per l’irrisolta questione della provincia dell’ Hatay-Alessandretta, ancora oggi oggetto di scontro diplomatico fra le due nazioni.  Quando la Siria ampliò il suo controllo anche sulla valle libanese della Beka’a, questa divenne base per campi di addestramento dei guerriglieri curdi almeno sino al 1987, anno in cui avvenne l’accordo fra Damasco e Ankara per la loro chiusura, anche se Assad continuò a ospitare Ocalan e i guerriglieri curdi sul suo territorio.  Tuttavia, fu solo con gli accordi di Adana, nel 1998, e dopo il rischio di un’invasione della Siria da parte di blindati turchi, che  Damasco decise di terminare il suo sostegno ai membri del Pkk e consegnare il loro capo Ocalan che, come altri esponenti del terrorismo internazionale  rivoluzionario, aveva trovato rifugio e appoggio presso il regime degli Assad.

 

Fu, comunque,   la cattura di Ocalan nel 1999 e la relativa condanna all’ergastolo, nel 2002, che portarono a cambiamenti radicali nella conduzione delle battaglie del popolo curdo, soprattutto in Turchia e Iraq.

 

Il Pkk – ancor oggi nelle black lists come organizzazione terroristica per Stati Uniti, Unione Europea e altri 20 Paesi -  ha iniziato, infatti, a smorzare i toni della sua lotta contro Ankara, proprio grazie all’influenza di Ocalan che, dal carcere in cui è rinchiuso, da alcuni anni e per voce dei suoi legali sta gestendo più attivamente, e meglio di quando era in clandestinità, i rapporti con il governo di Erdogan. Infatti, con capacità analitica sociopolitica e internazionale ben più acuta di numerosi politici sia turchi che curdi, è riuscito a mostrare un più vantaggioso approccio e relativa realpolitik, dichiarando “congelata” la lotta armata curda all’interno dei confini turchi a favore di un percorso pacifico verso il riconoscimento di diritti fondamentali della sua comunità, dalle variazioni alla Costituzione turca a una democratizzazione della stampa e del sistema giudiziario. In pratica, Ocalan   ha riposto l’intera soluzione della questione curda turca nelle sorti della credibilità di Erdogan, sebbene i cruenti fatti di piazza Taksim di fine maggio e l’azione di frange estreme curde, che hanno già creato strutture proto statali clandestine (come un corpo di polizia) per avviare la regione verso una maggiore autonomia da Ankara,  stanno minando la stabilità della Turchia, la reputazione del suo premier e il suo desiderio di risolvere la questione curda.

 

Dal 2006, invece, per i curdi iracheni vige  il Governo Regionale Curdo (KRG, entità  federale e autonoma, riconosciuta internazionalmente) che agisce con quanto approvato con la Costituzione post-Saddam, e che  sta rendendo la regione curda il luogo più sicuro e ricco del nuovo Iraq dopo la lunga guerra e il ritiro delle truppe statunitensi.

 

I rapporti fra KRG e il governo centrale di Bagdad non sono, tuttavia, così sereni nonostante la nomina di Jalal Talabani a Presidente del Paese – il primo non arabo nella storia di quella nazione -  anche se ormai assente dalla sua funzione per gravi motivi di salute. La sua mancata intermediazione  sembrerebbe essere alla base degli attriti fra Bagdad e Erbil, così come la sua assenza, in generale, non aiuterebbe l’Iraq a ritrovare unità e stabilità. L’accusa dei responsabili della regione curda irachena va dritta al cuore del problema del governo dello sciita  Nuri al-Maliki, ossia quella di agire, come nel vecchio regime, con il dominio di un solo partito  e di portare l’Iraq, attraverso la pericolosa alleanza con l’Iran, verso una guerra settaria interetnica dai risvolti interreligiosi, data l’appartenenza al sunnismo della maggioranza dei curdi. Anche se è improbabile questa evenienza – ma in quel tormentato scenario nulla è impossibile - le cifre degli ultimi attentati confermano questa sanguinaria deriva della situazione interna irachena: più di 3000 morti dall’inizio dell’anno,  per lo più della comunità sciita e solo di attentati terroristici contro la popolazione civile. Non vi è alcuna responsabilità curda, ovviamente: tuttavia, dati anche i problemi fra curdi e partiti di opposizione circa la ridefinizione dei termini della legge elettorale e della Costituzione, se non si rasserenano le relazioni fra Erbil e Bagdad, i contrasti potrebbero peggiorare e arrivare a derive pericolose di cui è colma la storia dei rapporti fra le due comunità.

 

Inoltre, il timore dei curdi iracheni è che questa instabilità, da cui ne esce inesorabilmente compromessa anche la credibilità del governo centrale di al-Maliki, finisca per rallentare o fermare completamente gli investimenti esteri nella regione curda, a danno di quell’estrazione di petrolio  e di gas che si sta rivelando l’unica fonte di entrate sicure per quella realtà e, soprattutto, per il resto dell’Iraq.  La ricchezza curda irachena si riassume in poche ma importanti cifre: 45 miliardi di barili di petrolio e 3-6 tmc di gas. Entro il 2014, stando alle affermazioni del ministro delle risorse curde Ashti Hawrami,  sarà in grado di esportare 400mila barili al giorno (attualmente 100mila), 1 milione previsti entro la fine del 2015 e addirittura 2 milioni entro il 2019.

 

Solo il KRG ha sottoscritto, negli ultimi anni,   50 contratti di production sharing con società petrolifere internazionali di 20 Paesi, da quelle meno importanti sino alla Genel Energy turca, Exxon Mobile, Chevron, Total e le onnipresenti Gazprom e Sinopec, con l’inevitabile ripresa di tutti i settori, dall’ esplorazione all’estrazione, e addirittura alle infrastrutture per il trasporto, con il risultato di aver progettato e, in parte realizzato, un gigantesco network  di oleodotti (quelli di Taq Taq e di  Tawke) e di gasdotti (solo la Turchia importa, al momento, 10 bnm cubi di gas all’anno) verso i porti turchi, e da lì  verso l’Occidente. I vincoli dei contratti production sharing impongono, inoltre, alle società straniere di impegnare denaro anche in competenze al di fuori del settore energetico, tanto che sino ad ora oltre 3 miliardi di dollari sono stati impiegati  in programmi di welfare e sociali, come università, ospedali, reti idriche e persino edilizia popolare. Se a ciò si aggiunge la determinazione curda di indirizzare  le entrate del petrolio verso settori quali l’agricoltura, il turismo e il settore minerario, ci si rende conto della svolta epocale per questa parte di territorio iracheno che ha solo conosciuto decenni di sfruttamento, abbandono e guerre. In pratica, quella che è stata la maledizione per i curdi che hanno visto le loro risorse usate per alimentare la repressione interna o per finanziare le guerre del regime di Bagdad, ora  è fonte della loro rinascita a livello locale e regionale.

 

Dell’importanza delle materie prime curde ne è ben consapevole Bagdad, che accusa Erbil di sconfinare dai territori assegnati nel 2005 – con la definizione stessa della Costituzione federale irachena - per attingere copiosamente dai giacimenti della provincia di Kirkuk, con le inevitabili ricadute positive di cui godrebbero illegalmente i curdi iracheni. Da qui la decisione (gennaio 2013) di avviare azioni legali contro gli oltre 50 accordi fra curdi e società esterne, a cui spesso si affiancano azioni di sabotaggio di oleodotti da parte di anonimi guastatori (4 solo nella prima metà del 2013) che ne interrompono il flusso. Nel mirino del governo centrale iracheno vi sarebbero i joint agreements fra la turca Genel Energy e la cinese Sinopec (ex Addax Petroleum, presente dal 2009 nel territorio curdo) proprio per sviluppare l’impianto con il KRG di Taq Taq, indipendentemente dal parere, discordante, del governo di Bagdad, ma soprattutto lasciando fuori dal suo tragitto il resto del territorio iracheno.

 

Su questo argomento vi sono innumerevoli versioni che finiscono, tuttavia, per evidenziare il netto contrasto fra governo regionale curdo e quello centrale iracheno: il fatto stesso che Bagdad abbia potere   sul controllo e sulle entrate derivanti sia dagli oleodotti che dai gasdotti gestiti dai curdi, sebbene non siano un suo esclusivo  dominio ma  “decentrati” proprio a regioni e governatorati, sembra sia un ostacolo per gli   investimenti stranieri.

 

Inoltre, la presenza di truppe regolari irachene lungo il confine della regione curda, in operazioni di osservazione e di pattugliamento e che si risolvono in un irritante faccia a faccia con i Peshmerga curdi, rappresenta un elemento di frizione e di instabilità che non piace agli operatori stranieri. La scelta, poi, di Bagdad di nominare  a capo di queste forze lungo il confine, il gen. Abdul-Amir al-Zaidi, già responsabile per Saddam Hussein del genocidio dei curdi nel 1988, ha aumentato la tensione fra le parti. Tutto ciò sarebbe all’origine degli scontri del dicembre 2012 fra esercito iracheno e Peshmerga nelle città contese di Kirkuk e  Tuz Khormato.

 

In pratica, la disputa circa la definizione di competenze   territoriali in quell’area fra le più ricche di petrolio iracheno, pone seri limiti all’intervento di capitali stranieri che premono per una soluzione pacifica a vantaggio dell’intero Paese.

 

L’unica nazione che sta continuando imperterrita a investire, proseguendo una propria politica energetica, è proprio la Turchia che, in tal modo e se lasciata libera di completare il suo progetto, si garantirebbe maggior autonomia da fornitori come l’Iran, la Russia o lo stesso Azerbaijan, con le inevitabili dinamiche di potere regionale  orientate a suo favore e indipendenti da scenari più lontani e meno controllabili, come quello iraniano o centroasiatico.

 

Tuttavia, a guastare i sogni turchi su una regione curda demilitarizzata, più tranquilla ma soprattutto generosa con le sue materie prime, non poteva non intervenire un altro protagonista dell’ instabilità di quella regione, ossia la Siria.

 

La guerra civile siriana, infatti, sembrerebbe aver realizzato uno dei peggiori incubi per Ankara, ossia aver coinvolto l’opposizione curda antiturca (legata all’ala estrema del PKK), del Partito di Unione Democratica (PYD,) il cui braccio armato,  l’YPG (Unità di Difesa del Popolo), è stato  accusato di dare sostegno alle truppe regolari del regime di Assad. Opposte alle forze dell’YPG vi sono,  invece, quelle del Consiglio Nazionale Curdo (KNC), nato ad Erbil nel 2011, e composto da curdi siriani di ben 16 fazioni che, invece, lottano contro il regime di Damasco e affiancano, quindi, i ribelli dell’Esercito siriano libero.

 

Questo, almeno, è ciò che avveniva nel 2012 e che ancora confusamente appare dai rapporti su quelle alleanze. Dall’inizio del nuovo anno, l’aggravarsi della guerra civile siriana e la sua espansione sull’intero territorio hanno fatto prendere altri toni, molto più cruenti, alla vicende curde: di fatto, hanno permesso che l’azione armata dei curdi siriani sia andata concentrandosi più sulla difesa delle zone da loro abitate dall’assalto degli islamisti di Jabhat al-Nuṣrah e del più variegato  Dawlat al-ʾIslāmiyya fi al-'Iraq wa-l-Sham, che al sostegno del regime di Assad.  Le forze regolari siriane, infatti, si sono ritirate dai territori curdi dalla metà del 2012, lasciando la loro gestione in mano ai  consiglieri locali. Il coinvolgimento curdo nella guerra civile, di una popolazione che è comunque il 15% di quella siriana, è stato, infatti, dovuto dall’unica fonte di ricchezza di quel Paese, ossia il petrolio, i cui principali giacimenti risiedono appunto, nell’area  nordorientale della Siria,  al confine con Iraq e Turchia.

 

La regione curda siriana dispone, infatti, di riserve di petrolio le cui esportazioni, nel solo 2010, avevano garantito al Paese un gettito di 3 miliardi di dollari. Controllare quell’area significa mettere mano su una fonte di sostegno alla lotta e toglierlo al regime: non è un caso che la battaglia si  sia fatta più cruenta nel momento in cui  l’Unione Europea (aprile 2013) ha tolto l’embargo sull’esportazione del greggio siriano, garantendo ai curdi il suo commercio, sebbene non fosse in loro possesso, ma sperando così in una loro alleanza con  la Coalizione e l’Esercito siriano libero. Da allora, si è scatenata, però, una guerra attorno ai pozzi per il loro controllo e, talvolta, per il loro sabotaggio: il PYD, infatti, ha raccolto le proprie forze per la difesa dei pozzi – ne sorveglia il 60%, soprattutto quelli di Ras al-Ain, da tempo al centro della guerra siriana, per via del suo controllo da parte degli islamisti, e passaggio cruciale verso la Turchia -  deciso a non farli cadere in mano ad alcuna delle fazioni pro o contro Assad, almeno fino a quando non vi saranno negoziazioni che definiscano equamente i proventi per il proprio popolo e di chi governerà il resto del Paese.

 

Inoltre, l’aver fatto emergere la componente autonoma curda nel conflitto siriano attraverso il petrolio ha portato ad azioni di rappresaglia contro quella popolazione sparsa nel resto della Siria, con attentati, rapimenti, stupri ed esecuzioni sommarie, da parte anche di forze islamiste ed alqaediste, a cui si affiancherebbero elementi arabi di clan beduini. Quelle azioni non hanno alcuna valenza militare, se non quella di creare ulteriore instabilità nel territorio curdo e di far comprendere quanto nel resto del Paese non vi sia adeguata protezione della popolazione civile da parte delle forze regolari.

 

Il confronto fra forze alqaediste ed islamiste e quelle del PKK-PYD (YPG) nella provincia nordorientale di Hassaka è, dunque, fra i più cruenti della guerra civile siriana: la trentennale esperienza di guerriglia del Pkk contro le forze regolari, polizia e servizi segreti  turchi, supplisce  all’inesperienza del YPG di più recente formazione, composto per lo più da giovani e donne curde. Tuttavia, un misto fra le due anime politiche, PKK-PYD,  potrebbe essere letale per i programmi turchi e per la transizione verso rapporti più distesi con la sua componente curda, tanto da compromettere anche le relazioni con quelli iracheni, da cui dipendono quegli importanti progetti di autonomia energetica di cui si è parlato più sopra. E’ questa preoccupazione che ha portato il leader del PYD, Saleh Muslim, a incontrare politici ed esponenti del MIT, l’intelligence turca, a fine luglio.

 

Ciò che preoccupa il governo di Ankara, quindi, è il timore   che dal caos siriano esca rafforzata la componente curda che rivendica il controllo e l’autonomia – su modello iracheno -  di una parte del territorio turco al confine con la Siria, con modalità più battagliere che pacifiche. Ne deriva che, se Erdogan da un lato vuole sostenere il nuovo rapporto di apertura con il Pkk – che, comunque, è ancora gruppo terroristico - tanto da fargli ipotizzare  la proposta di un nuovo democratization package che sarebbe in grado di fargli avere anche quel consenso curdo di cui necessita, dall’altro lato  Ankara deve decidere di non supportare più al-Nuṣrah, la peggior nemica del PKK-PYD, in funzione anti-Assad. Per la Turchia di Erdogan, con il sanguinoso coinvolgimento dei curdi non solo rischia di veder sepolto definitivamente il desiderato approccio zero problem con i vicini, ma vi è anche il forte pericolo di seminare ulteriori elementi di discordia fra le differenti comunità presenti al suo interno e nelle aree considerate più strategiche per la propria politica anche di potenza regionale.

 

In pratica, sebbene a distanza, gli effetti di quanto accade in territorio siriano sembrano coinvolgere i variegati soggetti della complessa vicenda curda nel suo insieme, trascinando con loro, inevitabilmente, anche le rispettive nazioni di appartenenza, in un’altalenante e caleidoscopico gioco di alleanze.

 

Ed è, quindi, per queste complesse interconnessioni e per l’aggravarsi della situazione dei curdi siriani che gli analisti non possono esimersi dal considerare quanto sarà deciso durante la conferenza del 24 agosto, sebbene sarà considerato già un notevole successo avere la presenza di tutte le rappresentanze politiche e religiose di quella etnia. La speranza è quella di poter arrivare alla istituzione di una Lega Curda, sull’esempio della Lega Araba, in modo da trovare un consesso in cui le rappresentanze curde possano incontrarsi e affrontare in maniera unita e univoca i problemi delle loro rispettive comunità, a partire dalla creazione di entità autonome nei vari Stati di appartenenza, dopo aver superato le emergenze umanitarie della zona siriana, i contrasti economici e finanziari con il governo centrale dei curdi iracheni, l’altalenante  e non sempre pacifica convivenza fra quelli iraniani e Teheran, e magari  aver consolidato il nuovo corso per quelli turchi. Un miracoloso apporto in tal senso, e per tutte le comunità, sarebbe dato proprio dal petrolio: si tratta solo di far cambiare percorso a questa ricchezza, da sventura a occasione di prosperità.

 

Tuttavia, vi sono altri elementi di divisione che remano contro questa eventualità: infatti, la Komal, la Lega islamica curda e rappresentanza religiosa più importante, ha già affermato di boicottare la conferenza, a meno di un giudizio contrario da parte dell’Unione Islamica. Insomma, sembra ulteriormente ripetersi un copione già visto e rivisto molteplici volte, con i soliti protagonisti, il medesimo scenario travagliato di conflitti interni e interstatali con l’aggravante, ora, di una diffusa e violenta instabilità regionale in cui il Kurdistan, con le sue più recenti conquiste politiche ed economiche, può contribuire ad alimentare. Il modello curdo iracheno potrebbe essere la risposta a quella sanguinosa instabilità dovuta all’emergere di realtà etniche e religiose del Vicino Oriente, e l’esempio da seguire; non vi è ancora, tuttavia, la volontà politica di accogliere questa opportunità per stravolgere, ma in senso positivo e senza violenti contrasti, quel vecchio, usurato e, sembrerebbe, ormai inadeguato mondo deciso  circa un secolo fa ma incapace, ora, di sopravvivere pacificamente.

 

 

 21/8/2013

 

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