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I mercenari di Gheddafi

I mercenari di Gheddafi - Global Trends & Security
Dei mercenari africani assoldati da Gheddafi a sostegno delle sue forze armate, se ne parla dall’inizio dell’insurrezione popolare libica, diventata nel frattempo guerra civile e poi conflitto internazionale. Di dati certi su questa presenza paramilitare non ve ne sono; sono circolate immagini della cattura di alcuni di loro e del relativo linciaggio da parte degli insorti. Le cifre conosciute al riguardo parlano di 800 elementi, con una paga  dai 400 ai 700 euro la settimana.
Il loro apporto alla guerra, da quel che è trapelato sino ad ora dai mass media, è stato sostanzialmente, quello di cecchinaggio e razzia fra i civili; appostati e armati di fucili hanno sparato dapprima su passanti e poi sono passati a violenze e incursioni nelle case private. Un contributo alla guerra di Gheddafi, sino ad ora, di puro brigantaggio e terrorismo spicciolo.
Le riviste e i siti specializzati su mercenari e contractors propendono per limitare molto il fenomeno, se non a negarlo totalmente, rimarcando anche la diversa “professionalità” fra le due categorie. Se i contractors sono ben addestrati e ben armati, i mercenari africani presenti in Libia sarebbero per lo più reduci dai numerosi conflitti locali di quel continente, mal armati e poco propensi all’organizzazione e alla disciplina: insomma, si tratterebbe di disperati al soldo del miglior offerente del momento. E proprio il compenso rimarcherebbe questa differenza: un contractor di un’agenzia privata di sicurezza occidentale  guadagna in media 200mila dollari l’anno, contro, quando sicure, le poche decine di migliaia di dollari degli africani. Poco importa se quella cifra rappresenti una fortuna in quel continente: si tratta di una diversità qualitativa che varrebbe anche fuori dai confini africani.
La differenza è data anche dal contesto bellico in cui vengono impiegati i contractors: si pensi all’abuso che si è fatto del loro utilizzo in Iraq e Afghanistan, a fianco di forze come quelle statunitensi con necessità di appoggio e coinvolgimento ben superiori a quelle che debbono affrontare i mercenari africani nello scenario libico.
Il ruolo  di quest’ultimi, tuttavia, nella guerra in Libia assume connotazioni inquietanti per due ordini di motivi: la loro origine e gli antefatti – ossia i vecchi legami con il regime libico – e il loro apporto se, come si va ipotizzando da più parti, l’intervento internazionale, una volta raggiunto il controllo dei cieli, si indirizzi verso un’azione decisiva delle forze di terra.
Che si tratti di una guerra chiaramente asimmetrica non deve condurci a dare per scontato un esito dello scontro, per le forze internazionali, veloce, tranquillo e decisamente positivo. Sono sicurezze che si sono perse nella giungla e nelle risaie vietnamite già decenni fa, ma che la memoria storica, soprattutto statunitense, sembra al proposito pericolosamente lacunosa, come ha dimostrato l’Iraq  e ancora dà prova l’Afganistan, e la Libia, al riguardo, potrebbe riservare rovinose incognite per il futuro.
Senza voler fare azzardi di confronto fra scenari bellici totalmente diversi dobbiamo però anche prendere in considerazione che la superiorità tecnologica e addestrativa, di comando e di controllo delle operazioni non sempre equivale a conflitto breve e vittorioso, come lo è stato il primo conflitto del Golfo del ’91 contro le malconce, se non inesistenti, forze armate di Saddam Hussein.
Proprio l’origine dei mercenari di Gheddafi, unita alla complessa situazione politica dell’area di provenienza e l’intreccio con ambizioni geostrategiche occidentali, debbono indurre a cautela circa facili conclusioni.
Innanzitutto, e per quel che ci è dato sapere al momento, i mercenari in forza a Gheddafi sarebbero tuareg provenienti dal Mali. Il reclutamento sarebbe avvenuto, tramite un diplomatico libico, in un hotel di lusso a Bamako, sempre di proprietà libica; altre fonti parlano anche di reclutamenti in non precisate zone del Sahel.
Proprio a cavallo fra Sahara e la fascia saheliana del Niger e del Mali, nel territorio definito temust n imajaghen, vivono dagli uno ai tre milioni di persone di fede islamica, che formano la popolazione nomade conosciuta come tuareg: rappresenta solo una parte di quella cultura berbera che annovera anche i toubou e altre tribù minori, e presenti in Mali, Niger, Ciad, Marocco e Tunisia.
Il loro nomadismo ha sempre avuto vita difficile, per via dei turbolenti rapporti con le popolazioni stanziali presenti lungo i percorsi delle piste carovaniere; rapporti che peggiorarono drasticamente, guarda caso, con l’imposizione di confini artificiali del periodo coloniale, che andavano ad attraversare proprio l’area di migrazione di quelle genti. Il controllo sui loro traffici e soprattutto l’arrivo di mezzi meccanizzati moderni ben più attrezzati ed efficienti diede il colpo mortale alla loro attività commerciale: molti tuareg furono costretti a stanziarsi nelle bidonville delle grandi città metropolitane sorte con l’indipendenza e a dedicarsi per lo più ad attività criminali.
Questa discriminazione, unita all’esclusione dai posti di comando nei nuovi Stati africani postcoloniali, a favore di élite nere o comunque arabofone stanziali, fomentò ribellioni   contro i vari governi centrali , tanto da dare vita a veri e propri movimenti armati che portarono a violenze e scontri, soprattutto in Niger e Mali, e che furono genericamente definiti “etnici”.
Fu in quel momento, a metà degli anni ‘70, che si inserì l’aiuto di Gheddafi ai tuareg e alle altre popolazioni nomadi, come i toubou in Ciad, al solo scopo di destabilizzare i governi dei Paesi vicini: l’aiuto si concretizzò dapprima in supporto nella fornitura di armi, per poi ufficializzarsi attraverso una mediazione del colonnello libico fra le forze contendenti.
La storia del supporto libico a movimenti di guerriglieri e di terroristi è poi andata ad incrociarsi con le pagine più cupe del terrorismo internazionale, anche di quello italiano, con il supporto, fra gli altri, di personaggi come Frank Terpil e Ed Wilson, ex agenti della Cia, che Gheddafi utilizzò come suoi consiglieri e addestratori di combattenti poi impiegati in ogni dove nel mondo durante gli anni ’80.
Nell’aiutare quelle popolazioni, in particolare i toubou, Gheddafi annetté anche parte del loro territorio,in quel caso il Ciad, con inevitabili ripercussioni internazionali, in cui Stati Uniti e Francia giocarono già allora un ruolo determinante.
L’innalzamento delle tensioni “etniche” portò a durissime repressioni da parte dei diversi governi centrali verso le popolazioni nomadi e i loro movimenti armati, che si risolsero in veri e propri eccidi tanto da indurre i tuareg a rifugiarsi in Algeria, Mauritania e Burkina Faso, con l’inevitabile deterioramento dei rapporti diplomatici fra questi Paesi e il Mali. Una parte consistente trovò rifugio e supporto anche in Libia, tanto da prenderne la cittadinanza e a prestare servizio militare presso l’esercito libico, e creare la divisione Maraoui, utilizzata in Ciad e Libano.
A complicare l’intero quadro, sono sopraggiunti due fattori: il reclamo da parte dei tuareg dei proventi di giacimenti di oro, uranio, carbone, petrolio e gas, rinvenuti negli ultimi anni in quello che ritengono parte del loro territorio, ma che è diviso fra  Niger e Mali. Inoltre,fatto ancora più  allarmante, proprio quel territorio è diventato, nel frattempo, anche rifugio di gruppi fondamentalisti islamici, tanto da giustificare un programma degli Stati Uniti di assistenza militare al Mali, in nome della lotta al terrorismo.
Lo stesso è accaduto per il Ciad da quando, nel 2003, è diventato esportatore di petrolio; il Paese è entrato a far parte di un programma di assistenza militare statunitense, e il controllo e la gestione dei proventi della vendita del greggio sono affidati alla Banca mondiale, che poi distribuisce allo scopo di finanziare progetti per lo sviluppo ma che, in realtà, il governo ciadiano ha impiegato sostanzialmente per l’acquisto di armi.
Tornando quindi ai combattenti assoldati da Gheddafi, una parte di costoro proverrebbero proprio dalle fila dei veterani delle rivolte “etniche” degli anni dal 2006 al 2008 in quell’area sub sahariana del Mali, Niger e Ciad, in cui dominano, su tutte, le tribù tuareg. Il persistere di un’elevata disoccupazione giovanile e di forti discriminazioni etniche hanno indotto costoro a organizzarsi in bande armate, accusate anche di complicità con gruppi terroristici affiliati ad al Qaida (tra cui spicca l’algerina al Qaida in the Islamic Maghreb, AQIM) ai quali avrebbero ceduto ostaggi occidentali (da turisti a tecnici petroliferi) in cambio di forti somme di denaro.
Altre fonti, non verificabili, parlano anche di combattenti nelle fila dei mercenari di Gheddafi provenienti dalla Somalia, Zimbabwe, Etiopia, Burkina Faso e Liberia, trasferiti direttamente in Libia con il benestare dei loro stessi governanti.
La maggior parte, tuttavia, dei mercenari al soldo di Gheddafi proverrebbe dal Mali; strano destino per un Paese che ha ottenuto negli anni passati trasferimenti di tecnologie militari dal Pentagono statunitense per un valore di oltre 7,5 miliardi di dollari e rappresenta il punto di appoggio per l’Africom, ossia il comando militare statunitense per l’Africa, con sede però nella tedesca Stoccarda.
Proprio in Mali, nel 1992, all’indomani della fine della I guerra del Golfo, giunsero truppe statunitensi e, attraverso esercitazioni congiunte che si sono susseguite nel tempo (come la Flintlock del 2008) e l’attuazione di programmi di anti-terrorism assistance (fra cui anche l’equipaggiamento e la formazione della polizia locale con uomini e mezzi americani) il Mali è diventato un vero e proprio campo di addestramento per le forze statunitensi nel continente africano.
In cambio, il Mali è rientrato nei piani di sviluppo previsti dall’USAID (United States Agency for International Development), con l’elargizione di prestiti a fronte di politiche di privatizzazione delle infrastrutture e delle industrie locali, nella perfetta logica del Washington consensus.
Non è un caso che, prima che passasse al comando la Nato, numerosi osservatori abbiano individuato nell’operazione internazionale Odyssey Dawn, proprio il battesimo di fuoco dell’Africom, confermando i timori espressi da numerosi Paesi africani (fra i quali, oltre alla Libia stessa, il Sudan, la Costa d’Avorio, l’Eritrea e lo Zimbabwe) contrari ad aderirvi per timore di un’eccessiva ingerenza  di Washington nei loro affari interni.
La vicenda dei mercenari di Gheddafi ripropone un copione già visto e ripetuto più volte negli scenari conflittuali africani; nulla di nuovo, quindi, se non la conferma di quanto complessi possano essere i rapporti fra Paesi e genti di quel continente. Tuttavia, la recente comparsa di fenomeni, come quello del terrorismo estremista islamico e la scoperta di poter disporre di ricchezze, con la conseguente consapevolezza di aver assunto un nuovo ruolo nel complesso scenario della globalizzazione economica, fanno assumere all’Africa una maggiore valenza strategica mondiale, impensabile, o per lo meno trascurata, sino a poco più di un decennio fa.
Gli stessi mercenari di Gheddafi rispondono a questa consapevolezza e ne sono la logica conseguenza: l’Africa sarà la protagonista dei confronti futuri fra potenze mondiali, e l’Africom è una conferma a questa consapevolezza e risponde alla logica di controllo militare di un’area strategica, propria della cultura occidentale. Rimane l’alternativa, quella più cauta, silenziosa ma non per questo meno invasiva e contraddittoria, che si rifà ad una potenza come la Cina.
Tuttavia, sorge spontaneo chiedersi fino a che punto Pechino sarà in grado di tollerare una spartizione di quelle immense ricchezze senza il suo coinvolgimento diretto e quanto, quindi, dovrà piegarsi al solo strumento che l’Occidente conosca, quello del confronto militare. Insomma, prepariamoci a nuovi scenari di guerra in Africa, anche se “camuffati” da conflitti etnici o rivolte per il pane, in cui mercenari e contractors  rappresenteranno l’aspetto più bieco ma scontato, a cui prontamente l’Occidente contrapporrà, pietosamente, risoluzioni sovranazionali e forze di peacekeeping, in un convenzionale e compassionevole tentativo di mettere in pace la propria coscienza.


Fonte di storia africana, A. Sciortino, L’Africa in guerra. I conflitti africani e la globalizzazione, Baldini Castoldi Dalai editore, Milano 2008.
 30/3/2011