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Il Califfato Islamico, fra ipotesi di complotti e carneficine

Il Califfato Islamico, fra ipotesi di complotti e carneficine - Global Trends & Security

Le  svolte  nella storia delle lotte rivoluzionarie  sono  sempre state contrassegnate da azioni per nulla casuali e dalla forte simbologia. Ciò è accaduto anche con  la proclamazione il 29 giugno scorso, tramite un comunicato audio via internet, del Califfato o Stato islamico, da parte dello sceicco Abu Muhammad al-Adnani al-Sham, portavoce della forza sunnita salafita dell’ ISIS (o ISIL), ossia quel raggruppamento di terroristi-guerriglieri jihadisti che più ha saputo contrastare sul campo e per lungo tempo  l’esercito del siriano Assad, e che ora sta imperversando nel nord iracheno.

Nello stesso giorno, Abu Bakr al-Bagdadi, leader dell’ISIS,  si è autoproclamato  Califfo dello Stato Islamico di Iraq e Siria con il nome Ibrahim al-Qureshi  (ossia membro  dei coreisciti, tribù del profeta Maometto, per cui diretto discendente). La stessa compagine armata ISIS è diventata esclusivamente “Stato Islamico (IS)” e con questo nome opera sul territorio iracheno e siriano.

La carica simbolica di quell’azione sta in pochi elementi.

E’ stato, infatti, sottolineato come la proclamazione del Califfato sia avvenuta nel corso del  ramadan, volendo dare così maggior rilievo alla notizia nel periodo più carico di sacralità per i musulmani. Inoltre,  in passato e nel corso dei ramadan, sono avvenute le grandi conquiste, dalla Mecca a Gerusalemme, Costantinopoli e Andalusia: tale sincronismo non poteva non essere un  richiamo alla lotta armata per le menti più fanatiche, considerando che la proclamazione è avvenuta a pochi giorni dalla conquista, da parte dell’ISIS, delle zone di frontiera fra Iraq e Siria, che ha garantito così continuità territoriale alle aree controllate dai suoi jihadisti.

Il richiamo simbolico è stato, inoltre, affiancato da notevole e inevitabile retorica. Già nella dichiarazione audio di al-Adnani dominavano termini come “trionfo”, “legittimità”, “doveri” e “stabilità”: l’enfasi era elevata per far comprendere ai combattenti dell’intera galassia jihadista che era giunto il momento di prendere posizione, ossia “o con noi o contro di noi”.

La conseguente apparizione (il 5 luglio), nella grande moschea di Mosul, di al-Bagdadi, ossia di colui che sino a poco tempo prima era più una leggenda che dotato di concreta fisicità, ha ufficializzato la nascita del Califfato. Il mostrarsi al pubblico mondiale, infatti,  a differenza del terrorista Osama bin Laden per anni costretto a nascondersi in grotte e rifugi non degni certo di uno sceicco, ha significato sottolineare la sua diversità dal fondatore di al-Qaeda. Il Califfo Ibrahim ha voluto così mostrare che l’appellativo terrorista non gli appartiene, essendo un conquistatore  e, soprattutto, il capo di uno Stato Islamico vero, concreto e definito territorialmente.

Il Califfo ha avuto, inoltre, una grande eco mediatica per via dell’ abbigliamento nero indossato, proprio come si conviene quando la comunità islamica è in guerra, accanto all’ ennesima ostentazione durante il suo khutbah (sermone) del tipico  linguaggio jihadista, in cui lotta al taghut (dittatore corrotto), sharia, hakimiyya (sovranità esclusiva divina) e ummah (comunità musulmana) sono state ripetute con cadenza litanica, propria dei sermoni propagandistici.

Il tempismo circa il ramadan, l’abbigliamento e la retorica jihadista  hanno sicuramente colpito l’osservatore di ogni angolo del mondo, che ha finito per giudicare il tutto come una carnevalata di un fanatico, fra l’altro accolto persino con distacco dalla platea presente che non ha risposto con il rituale “Allah Akbar” onnipresente, invece, nei comizi e sermoni, fra gli altri, degli ulema e degli ayatollah iraniani.  In parte può essere vero, ma quell’azione è più gravida di simboli e relative conseguenze di quanto sia stata considerata sino ad ora e, seppur i conoscitori della storia e delle leggi islamiche abbiano sottolineato l’assoluta inefficacia di quella proclamazione e la conseguente invalidità del Califfato, quell’azione deve servire a imporre un segnale di arresto e di maggior riflessione su quanto sta avvenendo nella galassia jihadista e, di conseguenza, quella affine qaedista.

Occorre, quindi, andare oltre l’apparenza.

La data della proclamazione del nuovo Califfato da parte di al-Bagdadi, infatti, non è casuale: il 29 giugno 1914 avveniva l’assassinio dell’arciduca  Ferdinando d’Austria e il conseguente avvio della prima guerra mondiale, con tutto ciò che essa ha poi comportato per la fine dell’impero ottomano, la sua spartizione con gli accordi Sykes-Picot fra le influenze di Gran Bretagna e Francia,  e la conseguente ridefinizione dei confini del Vicino Oriente. Nella logica ricostruzione, da parte degli esponenti del nuovo corso della guerriglia islamista, di quella che è considerata la “calamità lunga un secolo”, il 29 giugno 1914 segna realmente la fine del califfato, e ben una decina di anni prima della dichiarazione ufficiale in tal senso da parte del laico Ataturk.

Già lo stesso ISIS, per sua stessa definizione originale e, in particolare, dopo lo sganciamento da al-Qaeda e le vittorie sul campo contro l’esercito siriano, nei suoi reclami ha indirizzato più decisamente la sua lotta contro gli accordi anglo-francesi, persino nella sua espressione più tecnologica, ossia con twitter, utilizzando, fra gli altri, il profilo #SykesPicotOver, e riscuotendo per questo  notevoli consensi.

La componente geografica ha, di fatto, un peso eccezionale in  tale manovra, in quanto la definizione del Califfato o Stato Islamico espande l’ambito d’azione dei suoi combattenti dall’ area circoscritta dagli attuali confini nazionali - peraltro non riconosciuti e che penalizzano l’ unità dell’ ummah – intendendo fare dell’Iraq e della Siria non più la periferia ma il centro nevralgico del mondo musulmano  per tutti i suoi credenti.

Lo Stato Islamico appena nato, anche se senza legittimazione, ha già abbattuto infatti parte dei confini fra Siria e Iraq, avanzando con i suoi guerriglieri   dal teatro bellico siriano, fra rapimenti, torture e uccisioni di oppositori, persecuzioni di minoranze, crocifissioni di cristiani e  battaglie cruente con i peshmerga curdi, e conquistando quell’area nordoccidentale irachena sunnita da cui l’ISIS passerebbe all’azione militare verso Bagdad per la sua relativa, anche se difficile,  conquista o anche solo per il suo isolamento. La stessa capitale irachena, infatti, è già stata pesantemente oggetto dell’azione terroristica dei combattenti dell’ISIS che con gli attentati terroristici, solo nel 2013, hanno fatto oltre 9500 morti e circa 5000 nei primi sei mesi del 2014. Una vera e propria offensiva terroristica che dovrebbe preludere all’azione bellica vera e propria.

Non da meno, il suo braccio armato ha già agito in Libano con autobombe contro obiettivi civili, come si conviene all’operatività propria del terrorismo islamico, e con azioni di vera e propria guerriglia, con la presa della città di Ersal nella  Beka’a, il 3 agosto scorso, assestando un vero attacco militare mirato al Paese dei Cedri e rimarcando così  la volontà di allargare il conflitto siriano anche al Libano. Azioni  così eclatanti in fronti così diversi o controllati da forze sciite, come i quartieri di Beirut di “competenza” hezbollah, in cui l’ISIS ha agito con autobombe,  dimostrano la forte rete di supporto anche al di fuori delle zone sunnite in cui – come nel nord dell’Iraq o in area addirittura curda –  esso si avvale del sostegno di numerose tribù.

Guerriglia e terrorismo, quindi, sono il mix operativo delle forze dello Stato Islamico che contano dai 15mila ai 22mila elementi, di provenienza soprattutto tunisina, algerina, libica, cecena ma anche turca ed europea (belgi e francesi, in particolare), con inevitabili preoccupazioni delle intelligence  circa il ritorno di questi combattenti nei  Paesi di origine, con il loro know how operativo ma soprattutto con la loro rete di rapporti interpersonali fra guerriglieri.

Costoro stanno dimostrando – anche se, è vero, a fronte di una scarsa resistenza dell’esercito regolare iracheno e delle forze di confine libanesi – indubbie capacità organizzative e operative (disponendo anche di analisti militari), come ha dimostrato la presa non solo di numerosi centri urbani  ma anche delle basi e relativi aeroporti militari del nord dell’Iraq, così come di dighe, raffinerie e pozzi petroliferi dell’area curda. Sebbene sia stato evidenziato da numerosi osservatori che le forze dell’IS non avrebbero né le competenze né il supporto locale per trarre vantaggi economici da queste conquiste, tuttavia, il blocco delle attività petrolifere o l’uso dissennato delle dighe (quella di Haditha garantisce la fornitura di corrente elettrica e quella di Falluja, entrambe controllate dall’ISIS, riforniscono di acqua Bagdad e se rilasciate inonderebbero l’area a maggioranza sciita) debbono essere considerati come rischi da non sottovalutare e, già da ora, sicuramente un vantaggio tattico non indifferente.

Non chiamiamoli quindi solo “terroristi” o solo “guerriglieri”: rappresentano, almeno sino ad ora, una reale forza combattente che si adatta agli scenari in cui intende agire, riuscendovi  con capacità operative, disponibilità di uomini, armi e finanziamenti che debbono essere vagliate con cautela e non affatto sottovalutate.

Perché, infatti, non intervenire quando l’ISIS era composta per lo più da piccoli gruppi armati, vaganti su pick up che scorrazzavano sulle strade irachene con ben in vista la loro insegna nera, distinguibili anche da satelliti e droni, permettendo invece di prosperare in armamento sottratto alle forze nemiche e con finanziamenti provenienti da rapine, rapimenti, estorsioni e anche da facoltosi privati? Sottovalutazione del pericolo – soprattutto dell’intelligence statunitense – secondo il giudizio dato dai critici più benevoli? Oppure complicità  in un progetto di destabilizzazione come affermano i più critici sostenitori del complotto?

E’ rischioso farsi abbindolare dalle  letture superficiali e ricorrenti del fenomeno “Califfato” o “Stato Islamico”: per alcuni, infatti, sarebbe solo la buffonata di un genuino ma fanatico esibizionista da ignorare e lasciare fino a che il fenomeno si sgonfi da sé mentre,  per altri osservatori, il nuovo Califfo con il suo esercito di tagliagole sarebbe  un pericolo creato ad hoc per alimentare  quella guerra al terrorismo  che è alla base della generalizzata instabilità dell’intera regione, con conseguente politica di forte riarmo voluta da potenze mondiali (Stati Uniti in connubio con Israele e Regno Unito, per contenere l’Iran) o regionali (Arabia Saudita, Turchia e Qatar, per imporre ciascuno il proprio dominio).

Comune a tutte queste letture è la convinzione, ribadita anche dalle autorità religiose musulmane, che il Califfato non abbia la forza per istituirsi concretamente, non disponendo di fondamenta legali nemmeno per la legge islamica e soprattutto  senza il consenso della popolazione locale, in particolare fuori dalle aree sunnite. Il perpetuare di violenze e di epurazioni in massa dei nemici sciiti non favorisce certamente l’IS e nemmeno potrebbe continuare ad oltranza con violenze e terrore.

Il Califfato e il suo braccio armato, ex ISIS e ora IS, sono solo quindi una buffonata, un fenomeno destinato a scomparire o anche solo uno strumento momentaneo per realizzare l’ennesimo complotto tipico della regione?

Ridurre tutto al complotto di potenze può essere una spiegazione della  forza militare dell’IS, ossia un contingente creato e abbondantemente sostenuto  per alimentare l’instabilità nella regione  e per la  realizzazione di quel piano di spartizione dell’Iraq in tre stati-enclave (curdi, sciiti e sunniti) che, secondo numerosi osservatori, sarebbe il progetto di divide et impera ordito da Stati Uniti, Arabia Saudita  e Israele per meglio porre  sotto controllo militare e strategico l’Iraq e le sue riserve di greggio e contenere, con quello Stato cuscinetto, il rischio iraniano con Teheran e Damasco più isolate.

A sostenere questa versione del fenomeno IS attraverso il  complotto vi sono anche le voci – già fatte circolare a suo tempo da Snowden – circa al-Bagdadi come uomo dei servizi di intelligence statunitensi, dopo che questi lo avevano tenuto prigioniero a Fort Bucca, in Iraq, dal 2004 al 2009 e liberato perché non considerato elemento pericoloso. Supposizioni di un ingaggio da parte della CIA non suffragate da dati certi, come accade da sempre in quella regione dalla storia più segreta di ogni altra parte del pianeta e di cui solo a documenti desegretati si potrà avere conferma o smentita.

Altri, invece, trovano conferma del complotto del piano di spartizione dell’Iraq attraverso l’istituzione del Califfato dalle pagine del rapporto del National Intelligence Council del 2004, Mapping the Global Future, disponibile on line, in cui già allora, e per la prima volta, veniva ipotizzata l’istituzione del Califfato entro il 2020 nell’ampia regione che va dal Mediterraneo occidentale, centro  e sud-est asiatico. Secondo questi critici, la “minaccia musulmana di una crociata”, in cui il “Califfato non sarebbe più una chimera” viene delineata ampiamente nella sezione Pervasive Insecurity, divenendo poi la base su cui ha poggiato in seguito la dottrina militare statunitense e della Nato. A costoro forse sfugge il fatto che i rapporti NIC non rappresentano un piano programmatico delle amministrazioni statunitensi ma un ventaglio di ipotesi di scenari, attraverso l’analisi e i contributi di agenzie di intelligence differenti, studiosi e accademici di varia provenienza.

L’ interpretazione più diffusa, e sicuramente con più fondamento, considera l’IS come l’elemento scatenante e propulsivo di un sanguinario conflitto intra-musulmano, fra i sunniti (a cui appartiene) e gli sciiti (del governo centrale iracheno di Maliki) in funzione anti-iraniana e contro tutto ciò che la teocrazia di Teheran può rappresentare per la sicurezza regionale (la questione nucleare, in primis) e per la sua influenza sulla minoranza sciita delle varie comunità degli Stati del Golfo in cui è presente. E sarebbe, quindi, da diverse case regnanti della Penisola Arabica che otterrebbe sostegno finanziario.

Non da meno, la penetrazione dell’IS soprattutto a nord verso l’area curda servirebbe di monito anche alla Turchia: destabilizzando quell’area cuscinetto si comprometterebbero  fragili equilibri di riavvicinamento fondati  sull’esportazione del petrolio e che erano l’unico risultato di stabilità raggiunto nell’Iraq del dopo Saddam Hussein e relativa guerra. Ne deriva che la tenuta del Kurdistan, ossia di quella regione che da anni ambisce all’autonomia in un progetto  ostacolato da tutti gli Stati coinvolti (Turchia, Iraq, Iran e Siria), sembra diventare il perno strategico su cui puntare per disfarsi di quel nemico comune a tutti, ormai, che è l’ IS.

Lo stesso governo centrale iracheno starebbe garantendo ai curdi, superando i tradizionali attriti, la protezione aerea per contrastare l’avanzata dell’IS, così come avrebbe raggiunto, a tal fine, un’intesa con l’amministrazione Obama per la fornitura di apparecchiature militari, 5000 missili Hellfire e aerei da combattimento AC-208 Cessna Caravan. Lo stesso Presidente americano, inoltre, di fronte al massacro di civili e l’esodo di cristiani nel Nord dell’Iraq, come preludio di una tragedia umanitaria, ha autorizzato l’invio di supporti alimentari e sanitari ma soprattutto non ha escluso interventi aerei mirati di forze statunitensi contro le forze dell’IS e per proteggere il personale americano presente in Iraq.

Non disponendo  di forza aerea e contraerea, l’IS dovrebbe, quindi, collassare nel giro di poche settimane – almeno stando agli strateghi del Pentagono – permettendo il ritorno del controllo sul territorio da parte dell’esercito regolare iracheno (ma in che condizioni di forze, di organizzazione e di comando?), appoggiato dai curdi (ormai allo stremo) e magari con l’aiuto dell’Iran stesso.Tutto ciò non farebbe che sostenere la tesi dell’IS come funzionale a una forte politica di riarmo regionale e di relativa spartizione della nazione irachena, con il coinvolgimento nel conflitto di nemici storici come l’Iran – distraendolo fra l’altro dai negoziati sul nucleare -  da parte di Stati Uniti, Arabia Saudita e Israele.

Tuttavia, l’ interpretazione complottista – come sempre accade con tale approccio – in apparenza tutto spiega, ma lascia irrisolti troppi aspetti della questione, mancando soprattutto di una verifica delle fonti e, di conseguenza, dei contenuti delle informazioni. E attraverso facili interpretazioni su supposizioni infondate si rischiano solo analisi deviate, dalle conseguenze imprevedibili e peggiori del fenomeno stesso che si vuole capire e contrastare.

E’ accaduto con Hamas, per molti osservatori creata da Israele stessa in funzione anti-Olp e per il diretto controllo dei Territori: ma se questa è la versione più maligna e  rigorosa ma senza fondamento, più veritiera perché ammessa ufficialmente dalle stesse autorità ebraiche,  è quella che sottolinea  la miope e superficiale tolleranza da parte di Tel Aviv del fenomeno Hamas al suo apparire ed espandersi nei Territori, dalle conseguenze poi terribilmente gravide di tragedie negli anni seguenti  come, da ultimo, la sanguinosa guerra in Gaza.

Lo stesso starebbe avvenendo con il Califfo Ibrahim: che sia stato creato ad hoc (per le più svariate esigenze geopolitiche) o che sia una manifestazione autentica e poi alimentata da potenze regionali o straniere, non farà alcuna differenza, in particolare quando il fenomeno dei “califfati”, con alla testa elementi di tale calibro, non sarà possibile contenere o  gestire.

Dai mujaheddin in funzione antisovietica in Afghanistan, negli anni ’80, ad Hamas in funzione anti-Olp nei Territori, nei seguenti anni ’90, sono tutti aspetti di una storia che sembra ripetersi. Meglio, quindi, tentare di prevederne l’evoluzione. Qualsiasi siano la natura originaria del Califfo Ibrahim e i responsabili del suo attuale supporto, è opportuno, infatti, concentrarsi su quanto sia influente la sua comparsa sulla scena della lotta e del terrorismo jihadista, anche e soprattutto nei confronti dell’altra grande minaccia che ancora permane, ossia al-Qaeda.

A differenza, infatti, di quest’ultima (sebbene l’ISIS ne sia stata parte, come  Al-Qaeda in Iraq in origine e poi ne sia stata allontanata dal suo nuovo leader al-Zawahiri) lo Stato Islamico del Califfo Ibrahim sta fornendo agli stessi qaedisti e jihadisti - soprattutto quelli  sparsi nelle aree più remote e instabili, dal Centro Asia al Nord Africa e quella subsahariana - un reale e concreto obiettivo politico, ossia la conquista e il controllo territoriale  di quei Paesi  che un tempo componevano il Califfato, iniziato con gli Omayyadi del VII secolo e diventato con gli Abbasidi, e sino alla metà del XIII secolo, l’ espressione del massimo splendore della storia musulmana.

Lo stesso Califfato (da khalifa, successore) per i sunniti rappresenta, dalle sue origini,  la continuità politica  dell’impresa spirituale di Maometto: per questo motivo, nella logica della simbologia vista più sopra, la sua proclamazione palesa la realizzazione “politica”  del più sacro jihad. La consacrazione di questo progetto politico, però, secondo i suoi sostenitori, deve partire dalla sconfitta del “nemico vicino”, ossia la componente sciita la cui esistenza, per le frange sunnite estreme salafite, a cui appartiene l’IS, è apostasia o tradimento della vera fede in Allah e nel suo Profeta.

Anche al-Qaeda intende raggiungere lo stesso obiettivo, ma agendo con maggior cautela, selezionando persone e luoghi per definire emiri e relativi emirati e, soprattutto, con prudente imposizione della sharia nei territori da essa controllata. L’IS del Califfo Ibrahim intende, invece, accorciare i tempi, accelerando il tutto con una massiccia dose di violenza criminale contro gli stessi fratelli musulmani, non risparmiando nel suo percorso di conquista neppure i cristiani e le numerose minoranze etniche presenti su quei territori.

Per l’ISIS non si tratta più, infatti, di una confusa e ambigua guerra santa contro i Crociati, gli Ebrei e la superpotenza americana (nemico lontano) che è stata propria di al-Qaeda e che ha portato più morti fra i musulmani che fra quei nemici dichiarati solennemente e attaccati brutalmente l’11 settembre 2001.

Proprio mettere nell’angolo il tradizionale nemico americano, non rivolgendogli più invettive, aveva fatto ritenere e dichiarare all’amministrazione Obama, già nei mesi passati e di fronte all’avanzare dell’ISIS, che “questa non è la nostra guerra”: la decisione delle ultime ore, di fronte alle violenze e all’esodo forzato dei cristiani iracheni, sembra invece contraddirla, anche se il tutto presentato come ennesimo “intervento umanitario” e senza quei boots on the ground che, dopo la lunga guerra voluta da George W. Bush, non piacciono più, soprattutto all’elettorato statunitense.  

Nelle sue innumerevoli esternazioni, il sunnita salafita IS da tempo dichiara che l’obiettivo supremo da contrastare immediatamente per la realizzazione del Califfato, sono gli stessi sciiti, considerati appunto apostati per la tradizione (sunna) musulmana e, quindi, più pericolosi degli infedeli, anche degli stessi ebrei.

Già nel giugno scorso erano state testimoniate esecuzioni di massa da parte delle forze dell’IS, con almeno 1700 soldati sciiti uccisi in un unico massacro a Tikrit: maschi trucidati perché, nella perversa distorsione del Corano da parte dei salafiti, gli sciiti non sono musulmani e il destino delle loro donne e dei loro bambini è la sottomissione o, addirittura, la cessione come schiavi. Si tratta di un sentimento razzista intra-musulmano turpe e settario, fortemente anti-sciita, così estremo e terrorizzante che affascina le giovani leve di combattenti sunniti, indottrinati oltre che dai sermoni nelle moschee, anche attraverso i mezzi di comunicazione più tradizionali, come le reti televisive o siti web, sino a quelli più avanzati come i social media su internet.

Inoltre, sul web, all'indomani della proclamazione del Califfato, è apparso Dabiq, il primo giornale ufficiale dell’IS, in numerose lingue oltre l'arabo tanto da considerarlo come uno strumento di eccellenza di propaganda: nel suo primo numero, infatti,  si spiegano  la direzione politico-militare strategica intrapresa dall’IS, i metodi di reclutamento, le alleanze tribali e perché la destabilizzazione del regno dell’Arabia Saudita sarebbe il più importante obiettivo da raggiungere in futuro, dopo la liberazione di Bagdad e Damasco dai loro governanti empi, il coinvolgimento nella guerra di Libano e Giordania con  la inevitabile ridefinizione dei confini di quella regione. Solo allora - secondo quanto affermato da una fonte dell’IS interpellata dalla rivista on line al-Akhbar sul perché i suoi combattenti non intervenivano a sostenere Hamas nella recente guerra a Gaza -  le forze del Califfato, forte e così composto, interverranno (dal Golan e Quneitra) contro Israele “per la guerra finale per la Palestina”: assurdo quindi pensare di liberare i palestinesi se non vi è un Califfato che confina con i Territori e in grado di difenderlo. “Nemmeno al-Qaeda - continuava la fonte - aveva mai previsto un jihad in Palestina, perché dovrebbe l’IS”?

Il progetto del Califfato, quindi, è di lungo periodo, realizzato attraverso l’uso di  violenze, anche indiscriminate, al fine di contrastare qualsiasi forma di opposizione. E di quanto sia capace l’IS vi è ampia testimonianza, anche se i media non informano adeguatamente di tutti i crimini, come è avvenuto per l’uccisione dell’imam sunnita Mohammad al Mansuri della moschea di Mosul – da cui al-Bagdadi aveva parlato pochi giorni prima - solo perché non aveva giurato fedeltà al nuovo Califfo.

Ed è sull’estrema ed indiscriminata violenza della sua azione che è avvenuta la rottura fra ISIS e al-Qaeda.

Le atrocità commesse contro gli sciiti già a suo tempo, ossia durante l’occupazione statunitense, da quell’al-Qaeda in Iraq (AQI) di al-Zarqawi da cui l’ISIS e ora IS provengono, erano state pesantemente condannate dalla stessa leadership di al-Qaeda in Pakistan (al-Qaeda Core). Dopo un iniziale ravvedimento e con nuovi capi sempre più coinvolti nella guerra in Siria a fianco della qaedista al-Nusra, sembrava che i combattenti di al-Bagdadi avessero attenuato la loro violenza. Si trattava, però, di una mera illusione: con l’avanzare delle conquiste sul territorio siriano erano riprese le esecuzioni sommarie di civili sciiti e cristiani, e di altre minoranze, obbligati così a dolorosi esodi forzosi dai loro territori.

L’al-Qaeda di Ayman al-Zawahiri, succeduto a Osama bin Laden, aveva quindi preso definitivamente le distanze dall’ISIS che, secondo invece i suoi appartenenti, avrebbe potuto realizzare sul campo quel jihad contro Crociati ed Ebrei, di cui lo stesso al-Zawahiri aveva parlato nei suoi scritti programmatici su al-Qaeda già nel lontano 1998. L’allontanamento dell’ISIS da al-Qaeda ha rappresentato, quindi, il culmine di una crisi  iniziata anni prima e chiudeva un’era di dissidi fra i vertici delle due organizzazioni circa la tempistica e le modalità operative per la realizzazione del Califfato.

Troppa violenza e troppa premura nell’imporre la sharia non erano e non sono tuttora consone all’azione della nuova al-Qaeda post bin Laden. Questo atteggiamento più cauto, meno aggressivo e dai tempi decisamente troppo dilatati, non sembra però rientrare  né nel programma di jihad dell’IS e nemmeno per quelle frange di jihadisti più estreme che sino a poco tempo fa rappresentavano la punta di diamante dell’azione qaedista, ossia quell’al-Qaeda nel Magreb Islamico (AQIM) che, di quella regione, attraverso l’azione armata ne sta controllando e influenzando l’evoluzione politica dopo il fallimento delle primavere arabe.

Per costoro, infatti, il progetto del Califfato trae la sua forza e relativo sostegno nella sua volontà di proiezione di potenza oltre i propri confini, soprattutto là dove è necessario stabilire un’autorità di governo legittima. Non è un caso che, sebbene l’IS contenga in sé elementi di debolezza, come l’estrema violenza e il rifiuto di qualsiasi compromesso con i nemici (tipico degli estremismi, come sta dimostrando Hamas, ad esempio), il suo modello operativo e programmatico esercita una forte attrazione in aree anche lontane dall’Iraq e dalla Siria.

E’ nella proclamazione del Califfato della Cirenaica libica da parte della leadership di Ansar al-Sharia, affiliata all’AQIM, che da Bengasi sembra spingersi verso Tripoli e Misurata, che si deve, infatti, scorgere il pericolo vero e concreto di emulazione del modello al-Bagdadi e, nello sfondo, la lotta ideologica fra il suo IS e la “vecchia” leadership di al-Qaeda. Secondo alcune dichiarazioni circolate sui siti jihadisti, già il 26 giugno scorso, ossia 3 giorni prima della proclamazione ufficiale del Califfato Islamico, l’AQIM elogiava l’allora ISIS per l’iniziativa che stava per intraprendere: anche se ciò non rappresenta, al momento, un’alleanza, certamente è un passo verso quella direzione da parte del più importante gruppo jihadista africano.

Non da ultimo, qualcuno ha visto in quell’entusiasmo per il Califfato, il tentativo di AQIM di rafforzare con un progetto simile, dal Maghreb al Sahel,  anche i legami con Boko Haram nigeriano e al-Shabaab somalo, ossia un alleato e un affiliato ad al-Qaeda in territorio africano.

Un duro colpo per l’al-Qaeda Core in Pakistan. Infatti, al-Qaeda, sebbene offuscata in Medio Oriente e in Africa dall’avanzata dell’IS, riscuote però ancora  notevoli consensi ed appoggi in Pakistan.

Il progetto del Califfato, infatti, non è di esclusiva pertinenza di al-Bagdadi o delle milizie libiche di Ansar al-Sharia: lo stesso Hizb-ut Tahrir in Pakistan (nato dai Fratelli musulmani di Palestina nel 1953 e legato ora ad al-Qaeda) è stato bandito nel 2013 da Musharaff non per attività terroristiche ma per l’estrema influenza che stava guadagnando presso i massimi esponenti delle forze armate del Paese (in particolare ufficiali delle forze speciali) con il rischio di colpo di stato e relativa imposizione di un progetto molto simile al Califfato. Si tratta di azzardi delle nuove “leve” jihadiste, sfuggite al controllo di al-Qaeda Core che avrebbero minacciato con la loro azione persino la nazione che, in apparenza, condanna ma in realtà tollera e – come dimostrato con l’affare bin Laden – appoggia la stessa al-Qaeda.

Tutto ciò non può che risolversi nell’ennesimo interrogativo circa la sicurezza  e relativa stabilità di quella parte di Asia una volta avviato il ritiro delle forze multinazionali dall’Afghanistan,  e il possibile rischio di uno scontro aperto fra questi due approcci operativi, quello più lento e cauto di al-Qaeda e quello più rapido e violento dei jihadisti dell’IS del nuovo Califfo.

Ciò che sta avvenendo all’interno del mondo di al-Qaeda è anche il risultato di mesi  di crisi nei rapporti fra questa e le sue branche regionali, iniziata con l’eliminazione di Osama bin Laden e  del suo carisma di leader, con la  mancanza di finanziamenti ma soprattutto con quel ricorso al franchising dell’al-Qaeda Core -  che accetta gruppi affiliati se i loro progetti e le loro azioni sono conformi al suo manifesto programmatico, con precisa tempistica e obiettivi da realizzare – che, però, di fatto ha finito per  negare all’intera galassia qaedista una regia unica, decisa e coerente. Ciò, quindi, secondo i suoi critici,  ha fatto perdere l’occasione storica ad al-Qaeda di sferrare azioni decisive contro i “nemici vicini” (governanti empi) quando erano stati indeboliti dalle rivolte arabe, volendo inseguire sempre chimere di jihad contro i “nemici lontani”, come gli Stati Uniti e l’Occidente, ma non ottenendo nulla di fatto.   

Se poi venisse verificata la notizia circolata su  quotidiani – come l’algerino el-Khabar e il marocchino Assabah - secondo la quale si sarebbe svolto un incontro fra i leader delle varie componenti jihadiste e qaediste sia del Maghreb che del Sahel,  nel sud-est della Libia a fine luglio, al fine di eleggere un nuovo emiro e di creare uno Stato Islamico del Maghreb al-Aqsa, sul modello di quello dell’IS, e di trovare una strategia d’azione comune di conquista di territori lasciati completamente allo sbando dopo la caduta dei vari regimi della regione (non solo  Libia, ma anche parte della Tunisia e il Sinai egiziano),  ecco che l’effetto della proclamazione del Califfato di Iraq e Siria potrebbe sortire gravi effetti di emulazione.

Ciò sarebbe inoltre complementare  a un fenomeno che è piuttosto comune in molte aree dell’Africa, ossia la comparsa di quei domini di milizie armate con a capo elementi che i media amano definire “signori della guerra” e che con il caos post-rivolte e guerre, la dilagante corruzione delle istituzioni centrali (in particolare della sicurezza e dell’intelligence), e gli interessi economici, soprattutto illeciti, stanno prendendo sempre più il controllo del territorio. Se ai “signori della guerra” si sostituisce il termine “emiro” e si affianca un progetto politico che si chiama Califfato e relativa sua gestione del territorio secondo la legge islamica,  ecco che emerge la potenza di quanto fatto e dichiarato da al-Adnani e al-Bagdadi fra fine giugno e inizio luglio 2014.

Non è, quindi, così improbabile il rischio di emulazione e relativi tentativi violenti di imporre finalmente questo progetto politico legato al jihad anche e soprattutto in aree destabilizzate: la lotta per la riconquista dei confini del  Califfato e l’imposizione di un’autorità di governo legittima secondo la legge e la storia islamica, rappresentano  risultati concreti, tangibili, attuabili di  quel jihad inteso dai combattenti salafiti dell’IS o dell’AQIM come sesto dovere del buon musulmano, rifacendosi agli insegnamenti di quel Sayyed Qutb che, predicando in tal senso la lotta armata, a metà degli anni ’50, aveva provocato la svolta radicale, violenta e rivoluzionaria all’interno della Fratellanza Musulmana, da cui questi movimenti sunniti salafiti provengono, sebbene siano oggi l’espressione esclusiva di una minoranza facinorosa e dispotica presente all’interno dell’organizzazione.

Califfato come obiettivo e jihad come strumento  rappresentano, quindi, per i combattenti dell’IS e della sfera qaedista nordafricana  una sorta di quella che in Occidente è definibile come nation building, ossia la costruzione di un’entità statuale in cui l’ ummah, la comunità musulmana, si riconosce, condividendone leggi (sharia), valori tribali (secondo i luoghi) e religiosi (secondo il comune Corano) e relativa storia (dallo splendore del Califfato alle tragedie del colonialismo e oltre).

Ed è per questo che nella retorica del nuovo Califfo si parla di rinascimento islamico, ossia della volontà di colmare attraverso un sanguinario, intra settario e razzista jihad, il vuoto lasciato dalla sua abolizione, un secolo fa. E che ciò faccia il gioco di potenze, mondiali e regionali, non fa la differenza, essendo solo la continuazione di una vecchia pratica perversa, iniziata dall’Occidente,  la cui logica ha portato alle drammatiche conseguenze che ancora insanguinano il Medio Oriente.

Non è immaginabile, al momento, comprendere quanto il Califfato di al-Bagdadi possa durare e quanta resistenza potranno avere i suoi combattenti di fronte ad un’azione militare massiccia e  più mirata anche se vergognosamente tardiva: il Califfato e la potenza dell’ISIS stanno, infatti, nel ritardo nella comprensione di un fenomeno criminale maledettamente sanguinario e pericoloso, nel  suo mancato accerchiamento e annullamento già al suo apparire. Anche se venisse sconfitto con una pesante azione militare sul terreno, il modello al-Bagdadi - e ciò che sta rappresentando per la galassia jihadista - ha già trovato proseliti, a iniziare dalla Libia. E intervenire il quest’ultimo contesto, così come in altri luoghi in cui il richiamo al Califfato suona come appello all’unione, alla stabilità e alla potenza, dalle  zone desertiche del Sahel, Ciad sino alla Somalia o sui monti del Waziristan pachistano rappresenta l’ennesima  grande sfida del movimento terroristico, al momento, più forte della  stessa temibile e mutevole al-Qaeda.

8/8/2014

 

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Germana Tappero Merlo©Copyright 2014 Global Trends & Security. All rights reserved.