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Individual Jihad e web. Le nuove sfide per l'intelligence

Individual Jihad e web. Le nuove sfide per l'intelligence - Global Trends & Security

Se alle affermazioni dell’attentatore di Boston, Dzhokhar Tsarnaev, di aver appreso dalla rivista Inspire di al Qaida nella Penisola Arabica (AQAP) – in internet  e in lingua inglese −  a fare esplosivi usando comuni pentole a pressione così come di aver conseguito, sempre on line, un indottrinamento attraverso i sermoni di Anwar al-Awlaki, si aggiunge la notizia che i due fratelli del Dagestan volevano colpire la folla dei festeggiamenti statunitensi del prossimo 4 luglio, si palesa quel nuovo corso della lotta jihadista  considerata una sfida fra le più complesse della storia dell’antiterrorismo contemporaneo. Nelle sue dichiarazioni, infatti, è riassunto il carattere del nuovo jihadismo mondiale, che annovera  certamente al Qaeda in tutte le sue espressioni regionali così come il  somalo al Shabaab, il  nigeriano Boko Haram, gli indonesiani Jemaah Anshorut Tauhid  e Jemaah Islamiya, sino al filippino  Abu Sayyaf o il libanese Hezbollah – solo per citare i più noti all’Occidente ma non necessariamente i più attivi - ma che ora si mostra più subdolo e che, sinteticamente, è stato definito “jihadismo individuale”.  Ha poco o nulla a che vedere con gli attacchi suicidi – anche se Dzhokhar ne avrebbe ammesso l’intenzione da parte sua e di suo fratello – quanto, invece,  con una lotta armata dal reclutamento,  addestramento  ed  operatività del tutto nuovi e  che segna un’ ulteriore metamorfosi della minaccia terroristica contemporanea, definita di “seconda generazione”.

 

All’apparenza il jihadismo individuale sembrerebbe un rischio più facile da contenere o combattere: non vi sono capi carismatici che lanciano anatemi, incitano alla rivoluzione globale  e, soprattutto, da scovare in una estenuante caccia all’uomo, o perché nascosti in grotte inaccessibili o perché godono di sostanziosi e solidi appoggi di potenze nemiche dell’Occidente e di Israele. Quel tipo di jihadismo sembra essere stato sepolto con l’uccisione di Osama bin Laden e di al-Awlaki, e di tutta una serie di esponenti considerati più o meno eredi dello sceicco del terrore, eliminati, negli ultimi anni,  con operazioni delle truppe speciali e con il massiccio impiego di droni nei santuari del terrorismo islamico, dal Waziristan allo Yemen. L’agonia, però, del qaedismo è solo  un’illusione dovuta all’altalenante interesse dei mass media per il jihad dato, invece, il prosperare di gruppi armati organizzati e soprattutto fortemente determinati a combattere la loro  rivoluzione  e che agiscono in modo cruento e incessante in ogni dove nel mondo. Il jihadismo è, dunque, un fenomeno ben più vasto di al Qaeda, anche se questa risulta essere il riferimento e il catalizzatore della lotta armata del radicalismo islamico.

 

Insomma, la guerra non si ferma e sembra, invece, potenziarsi anche attraverso altre forme di azione, come appunto questo jihadismo individuale che si rivela essere molto più pernicioso della guerra terroristica sui fronti caldi di gran parte del pianeta.

 

Gli analisti ed esperti di terrorismo hanno individuato, da tempo, l’artefice di questa nuova tattica terroristica, ossia quel siriano Mustafa Setmariam Nasar, meglio noto come Abu Musab al-Suri,  catturato dalla Cia nel 2005 e, dopo vicende poco chiare e voci contraddittorie circa le sua detenzione, restituito a Damasco, ma le cui tracce sono da tempo scomparse dal suolo siriano, per apparire, forse, su quello iraniano. Del destino “fisico” di questo personaggio, effettivamente, interessa poco i responsabili del terrorismo internazionale perché, sebbene come scrittore piuttosto prolifico e come comunicatore tramite messaggi video su internet abbia continuato il lavoro di propaganda, indottrinamento e reclutamento on line dopo la morte di Anwar al Awlaki   e addirittura, secondo alcune fonti, durante il suo periodo di carcerazione in Pakistan, il suo più importante contributo è dato dall’elaborazione delle strategie organizzative e delle tattiche operative dei jihadisti di nuova generazione - in cui ben si inquadrano le azioni dei fratelli Tsarnaev - in un suo testo del 2004, Da'wat al-muqawamah al-islamiyyah al-'alamiyyah, ossia The Global Islamic Resistance Call nella sua traduzione in inglese e disponibile on line in versione integrale.

 

Di riferimenti a questo testo è stata trovata traccia nei computer dei responsabili degli attacchi terroristici di Londra (2005) e Glasgow (2007), ma anche di quelli a Fort Dix (2007) e Fort Hood (2009), così come di quello  del fallito attentato all’aereo delle Northwest Airlines (2009); per alcuni sarebbe stato anche l’ideatore degli attentati a Madrid nel 2004, ma non vi sarebbero conferme al riguardo e sarebbe un’ipotesi dovuta al suo matrimonio con una spagnola. Tuttavia, ed è necessario ribadirlo, il suo contributo è più di carattere dottrinale circa il jihad individuale (jihād al-irhāb al-fardī) ed è ben esposto in quel suo testo e nei video, più volte  ripubblicati e caricati su internet, in cui lo esplicita chiaramente, riproponendo la storia del jihad addirittura dal 1963 sino all’11 settembre quando, come egli afferma, “l’equilibrio di potere materiale fra noi e i nostri nemici è stato infranto”.

 

Il principio iniziale di al-Suri è disarmante, ossia per chi vuole combattere il jihad “non è necessario lasciare le proprie abitazioni, ed è  poco  o per nulla indispensabile il contatto con l’ organizzazione” terroristica di riferimento o  “la partecipazione a campi addestrativi”: si tratta, invece, di un jihad senza un leader e combattuto da cellule “non strutturate” – come, a suo parere, ai tempi del Profeta Maometto, attraverso l’azione di suoi adepti  - per un “terrorismo individualizzato” che lotta sotto un’unica bandiera e con poco o nessun contatto con la grande organizzazione. Una struttura, quindi, più snella è da preferire rispetto  ad un grande organismo militare: secondo al-Suri, starebbero proprio nella inferiorità numerica e in quella tecnologica gli elementi di forza  del jihadismo, visti anche gli insuccessi di al-Qaeda in Afghanistan e Iraq nel confronto con le forze occidentali. Lo stesso jihad nato con l’11 settembre e la sua organizzazione, secondo al-Suri, sono falliti  anche per colpa di Osama bin Laden, accusato di protagonismo eccessivo a scapito della lotta combattuta per davvero.

 

Nei suoi video on line, e che datano già 2005,  il messaggio ai giovani jihadisti è chiaro: istituire cellule  formate da non oltre 6 elementi che non si conoscono e incaricati a loro volta di istituire e formare altre cellule. Se catturati, questi soggetti non saprebbero fare i nomi dei loro commilitoni: “un jihad segreto – afferma al-Suri -  combattuto da individui attivi a prescindere dai confini  e dai paesi”. Su queste basi si fonda l’attuale lotta jihadista salafita, ossia la più perfida minaccia alla stabilità di vaste aree, dal Medio Oriente al Nord e Centro Africa, ma soprattutto dell’Occidente.

 

al-Suri parla chiaramente di una guerra santa che utilizza tattiche di guerriglia o Fourth Generation Warfare Jihad,  ossia un jihad inteso come un conflitto asimmetrico, decentrato, a bassa intensità, combattuto da elementi senza più catena di comando gerarchizzata e  senza una demarcazione netta fra combattenti civili e militari, in cui le nazioni - come in un ritorno sconcertante a conflitti pre-moderni - perdono il controllo sulle forze guerreggianti. “È giunto il momento per i movimenti islamici – afferma al-Suri già nel 2002 -  di affrontare un crociata offensiva generale per interiorizzare le regole della guerra di quarta generazione. Essi devono potenziare un adeguato pensiero strategico, e compiere gli opportuni preparativi militari. Devono aumentare l’ interesse per la Da'wa (proselitismo) e assoldare l’appoggio pubblico e  politico dei popoli: oltre all'obbligo religioso, questo è diventato una parte integrante dei mezzi per trionfare nella guerra di quarta generazione. I vecchi strateghi, come von Clausewitz e Mao Tse Tung, avevano già indicato tutto ciò”. In pratica, e secondo le sue affermazioni, “terrorizzare il nemico è un dovere religioso”: il suo obiettivo è, quindi, una campagna incessante di atti violenti, esemplari, in grado di terrorizzare (arhaba) e portare alla paura estrema (masdar), sino a culminare nell’uso di armi di distruzione di massa.

 

Impossibilitati a confrontarsi con mezzi e tecniche tradizionali di terza generazione (unità meccanizzate, artiglieria e attacchi aerei) e, quindi, per supplire al gap tecnologico, queste forze combattenti jihadiste, notoriamente non-statali, debbono agire con tattiche di guerriglia o di terrorismo puro, come nel caso di Boston.

 

Rispetto al terrorismo vecchio stile (da quello con connotazioni nazionaliste dell’ Ira o dell’ Eta o dei vari gruppi palestinesi, a quello ideologico della Raf   tedesca o delle BR italiane) vi sono, però,   differenze sostanziali, che complicano fortemente l’intera azione di contrasto: prima fra tutte è la dimensione globale della lotta jihadista, in cui i limiti geografici che definiscono una nazione scompaiono, perché l’obiettivo da conquistare è l’intero pianeta, ad esclusione dell’Umma o mondo islamico già fedele (al-watan al-Islami). Nel pensiero di al-Suri, infatti,   domina il concetto di  “fronti aperti” (ha-wamish), che rappresenta sia  il campo d’azione sia il carattere dei principi che muovono l’individuo verso il jihad, perché essi appartengono alla sfera religiosa e hanno, quindi, un valore universale che trascende le barriere fisiche imposte dalla storia e dalla politica degli esseri umani.

 

Inoltre, già nel 2010, e proprio attraverso il primo numero  della rivista Inspire - a cui hanno fatto riferimento i fratelli Tsarnaev -  al-Suri  sottolineava come al Qaeda stesse evolvendo ulteriormente con l’obiettivo di delegare l’intera responsabilità dei futuri attacchi jihadisti negli Stati Uniti proprio agli appartenenti la vasta comunità islamica statunitense: in sostanza, non era necessario cercare elementi esterni o mujaheddin provenienti da altre parti del mondo decisi ad attaccare gli Stati Uniti, ma  soggetti interni al territorio americano. Un allarme lanciato per tempo ma non facile da delimitare con azioni efficaci di contrasto; non è un caso, infatti, che all’indomani degli attentati di Boston ci si sia interrogati su quanto siano efficaci le liste  TIDE, ossia il database statunitense su persone sospettate di terrorismo, che è passato, in cinque anni, da 540 mila persone a oltre 800 mila.

 

Infatti, la segnalazione in quel database non fa scattare  controlli, vista la mole di informazioni da vagliare e i soggetti da monitorare: e qui si ripropone un problema che è diventata una costante nelle polemiche all’indomani di attentati di quel tipo, ossia la capacità o meno degli organismi di  intelligence di valutare adeguatamente le informazioni a disposizione o, come nel caso dei fratelli Tsarnaev, date dai servizi segreti russi  che, già nel 2011, avevano allertato l’Fbi circa l’intercettazione di telefonate fra questi soggetti con esponenti sospetti seguiti da Mosca. L’informazione non sarebbe stata presa in dovuta considerazione, dando la stura a polemiche sull’inefficienza dei servizi statunitensi e della mancata collaborazione a livello internazionale.

 

Le stesse polemiche erano seguite all’indomani dell’11 settembre: e se già allora l’intelligence aveva fallito, ignorando e sottovalutando numerosi segnali d’allarme e le inevitabili tracce di operazioni così ampie come partecipazione di elementi sospetti, sicuramente complesse nella loro preparazione, organizzazione e tempistica, perché meravigliarsi del fallimento dei servizi di intelligence nel fermare l’azione individuale, contenuta, occulta  e decisamente artigianale dei due fratelli Tsarnaev? Dal 2001 al dicembre 2012, vi sono stati negli Stati Uniti 63 attentati terroristici, per le cause più disparate, dal radicalismo islamico, a quelle dettate da dottrine pseudo-bibliche, o per azioni antifederaliste e persino ambientaliste: in parte si sono compiuti e in parte sono falliti perché sventati in tempo, in una lotta di contrasto continua che, a fronte di un fiasco, seppur molto doloroso, come quello di Boston, vede però molte azioni vincenti ma di cui non si ha, e giustamente, alcuna notizia.

 

L’altro elemento che fa del jihadismo individuale e delle sue piccole cellule una forma di guerra più ostica da contrastare è il suo utilizzo altamente sofisticato dell’ information technology per condurre una guerra psicologica attraverso i media, che vengono sfruttati anche per ottenere il supporto finanziario alla lotta armata e informazioni sugli obiettivi da colpire: è una strategia che risale agli albori di internet e a quel Manchester Manual già prodotto da al Qaeda negli anni ’90, in cui la rete era vista come “fonte aperta”, attraverso cui “senza ricorrere a mezzi illegali, (rendeva) possibile ottenere informazioni sull’uso di armi di piccolo calibro, mortai, razzi e artiglieria; indicazioni su dove fare fuoco contro i veicoli delle forze statunitensi per infliggere il maggior danno; sulla formazione di cecchini, e istruzioni dettagliate per la costruzione di ordigni esplosivi improvvisati (IED), giubbotti suicidi, etc.”

 

E qui entra in gioco internet, in tutte le sue espressioni (apertura di siti, posa di testi e video, l’uso dei social network etc.), potenzialità (diffusione pressoché globale, anche in aree remote e, in apparenza,  disastrate) e caratteristiche tecniche (l’anonimato della rete e la velocità di propagazione delle informazioni) che rafforzano questo che è lo strumento ideale del jihad  individuale e ne permettono la propaganda, il reclutamento di soggetti per lo più giovani, la loro formazione - tanto da far definire la rete “l’università del jihad”  - il supporto finanziario alla lotta e, soprattutto, l’imitazione anche da parte di elementi non particolarmente addestrati ma motivati, totalmente dedicati alla causa ed esperti al punto da agire come a Boston, catturando così l’attenzione del mondo intero.

 

Proprio i social network si prestano alle dinamiche del jihadismo individuale: per agire secondo le sue linee non è più necessario, come ai tempi del richiamo universale di al Qaeda alla lotta armata per l’Islam e contro gli infedeli, un ampio supporto popolare ma, al contrario, un esiguo numero di adepti individuabili e reclutabili attraverso l’osservazione di piattaforme sociali come facebook o l’omologo russo Vkontakte, in cui il più giovane dei Tsarnaev descriveva la sua visione del mondo, fra citazioni del Corano, slogan islamisti e incitazioni alla lotta armata.

 

Non è un caso, inoltre, che vi sarebbero già “alunni” di al-Suri  quali teorici del jihadismo, come Abu-Amr al-Qaidi, autore di un manualetto di 50 pagine, disponibile su numerosi siti jihadisti dal discreto successo, sulle tecniche di reclutamento che individua 5 passaggi: la conoscenza e la scelta, la creazione di un rapporto, il risveglio della fede, l’implementazione dei concetti di jihad e la creazione di cellule. Per la lotta jihadista, quindi, la rete si mette in risalto quale veicolo di trasmissione di informazioni, di conoscenza e di aggregazione riproponendo i consueti interrogativi circa il suo monitoraggio, la sua censura, o addirittura la sua strumentalizzazione come arma di contrasto della lotta terroristica.

 

La domanda che ci si pone più frequentemente riguarda, quindi, proprio  l’eventualità di boicottare o chiudere quei siti al fine di bloccare la propaganda del jihad, di formare adepti e quant’altro circoli attorno a quel mondo. Al di là delle difficoltà tecniche di una siffatta censura   peraltro superabili dalle autorità ma anche arginabili dagli attivisti, è preferibile lasciarli agire  sulla rete e monitorarli, anche se ciò impone uno sforzo di sorveglianza e di collaborazione fra forze di polizia, antiterrorismo e intelligence, che deve essere architettato e strutturato a livello internazionale.

 

La creazione di piccole cellule, pressoché invisibili, sparse in ogni parte del mondo, in cui è necessario lottare secondo logica jihadista, e composte di elementi ben integrati nel sistema, tanto da  far sottovalutare informazioni strategiche circa la loro presunta pericolosità, rappresentano la nuova sfida all’intelligence e agli apparati di contrasto della minaccia terroristica, chiamati ad operare per la sicurezza di intere comunità.

 

Infatti, ciò che più ora sbigottisce è la “normalità” della vita e delle abitudini dei nuovi jihadisti, come i due fratelli  Tsarnaev: l’affanno nel cercare agganci con il terrorismo ceceno, da parte degli investigatori,  è solo un capro espiatorio per “giustificare” quell’  atto,  cercando un movente in scenari complessi come il terrorismo internazionale ed è, al contempo, una chiara dimostrazione di come sia difficile accettare l’idea di aver permesso che quei soggetti vivessero sul suolo americano, condividendone abitudini, istruzione  e stili di vita tanto da apparire “invisibili” come minaccia terroristica.

 

Questa “normalità” è il primo successo del jihadismo individuale, perché è il risultato più disorientante degli insegnamenti di al-Suri: ignorarli porta a conclusioni “deviate”, come appunto l’insistenza nel cercare agganci con un terrorismo ceceno che, per voce del suo principale esponente Doku Umarov, ha preso le distanze dall’azione dei Tsarnaev a Boston per via degli obiettivi colpiti (civili statunitensi) e delle modalità operative; una distanza confermata anche dalle dichiarazioni del presidente ceceno Kadyrov e da quello russo Putin, decisi a non fare strumentalizzare quegli avvenimenti dall’esterno per possibili ritorsioni contro i loro Paesi, ma nemmeno servirsi di quegli attentati per un proprio vantaggio, dimostrando quanto quel terrorismo sia fonte di molti dei loro guai interni di tutt’altra natura.

 

La “normalità” è, infatti, l’obiettivo del terrorismo individuale jihadista e nella vita quotidiana si cercano, quindi, le misure per contrastarlo: non è un caso, infatti, che di fronte all’insistenza delle autorità circa il rischio proveniente dai contatti sui social network o comunque da quanto circola nella rete, molti osservatori temano un’ulteriore censura di internet e un  pretesto per promulgare misure limitative i diritti individuali e  imporre così violazioni alla privacy. Un dibattito corposo che coinvolge istituzioni politiche, analisti e addetti alla sicurezza  alle prese con fenomeni sempre nuovi di violenza che sfrutta gli strumenti di comunicazione più tecnologici e innovativi, tanto da permettere che una guerra, come il jihad, dichiarata e combattuta per una società fondata su leggi antiche quanto la sua religione di riferimento, raggiunga con la sua eco ogni angolo del mondo.

 

E’ la stessa “normalità” che ha fatto accettate i fratelli Tsarnaev nella società civile americana dopo anni di spostamenti dal Caucaso alla Turchia e, appunto, oltre oceano. E’, comunque, anche quella “normalità” che ha ben celato i segreti di questi fratelli, se è vero, come sostengono fonti di intelligence israeliane, che i due Tsarnaev erano, in realtà, agenti ingaggiati dai servizi statunitensi e sauditi, infiltrati nelle fila delle organizzazioni terroristiche wahabite caucasiche e rivelatisi, invece, doppiogiochisti.

 

 

Anche tutto ciò fa parte della “normalità”, quel quotidiano che non può essere sempre svelato  ma che avviene in ogni parte del  mondo, là dove un tempo si combatteva per una competizione ideologica e dove ora si confrontano visioni diverse di vita, con le loro manifestazioni  che, per frange esigue, hanno derive radicali e non risparmiano strumenti violenti. Contrastare tutto ciò è sempre più difficile perché significa andare a stanare soggetti singoli o piccoli gruppi o cellule di fanatici,  pericolosi perché  inesperti e determinati a condurre una guerra pur sapendo che, come afferma al-Suri,  “un singolo combattente o un mujaheddin  non è in grado di conseguire alcuna vittoria ma, invece, di alterare l’equilibrio di potere”. E per il nuovo corso del jihad, questo è l’unico e vero obiettivo.

 

 5/5/2013

 

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