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ISIS-alQaeda. Il Giano bifronte del jihadismo

ISIS-alQaeda. Il Giano bifronte del jihadismo - Global Trends & Security

 

Il 4 settembre, quasi contemporaneamente alla messa in onda del video dell’esecuzione di Steven Sotloff da parte dell’ISIS, al-Qaeda nella persona del suo leader al-Zawahiri ha rotto il suo  prolungato silenzio  che durava da un anno  e ha annunciato la creazione di una branca armata qaedista in India, al-Qaeda dell’Asia meridionale,  pronta a sferrare il  jihad   nel subcontinente indiano.

L’inevitabile confronto fra i due video richiama immediatamente alla memoria il Giano bifronte, ossia un corpo solo, un’unica testa ma dai due volti, che la mitologia vuole uno rivolto al passato e uno verso il futuro: il primo, al-Zawahiri, vecchio e stanco, pressoché immobile, utilizza l’abituale scenografia dallo sfondo neutrale e pronuncia la sua minaccia in arabo, con le usuali parole di un vocabolario che ormai  non ha nulla di nuovo, se non l’area in cui prenderà l’avvio il jihad, ossia India, Myanmar e Bangladesh. Il tono è lento, misurato, senza alcuna enfasi, quasi la ripetizione di una dissertazione pronunciata innumerevoli volte.

Ben diversi il contenuto e il tono minaccioso in lingua inglese dell’altro volto del Giano, quello rivolto al futuro, ossia il boia mascherato dell’ISIS: sicuramente un uomo più giovane, il cui vocabolario e persino il  cadenzare i toni della minaccia paiono appartenere a una generazione abituata ad altre ritmicità di comunicazione, sia uditiva che visiva, dato  l’impiego di almeno due telecamere e il seguente montaggio del filmato.

Due video e due modi totalmente opposti di comunicare uno stesso obiettivo, ossia un jihad per la realizzazione del Califfato dal Maghreb all’Asia, l’unica   sintonia fra i due. Per il resto, ossia per immagine, tempistica comunicativa e modalità operative, ISIS e al-Qaeda sono esattamente agli opposti. Non comprendere tutto ciò, significa intraprendere una strada errata nel contrastarle.

L’ISIS è, infatti, un pericoloso mix di elementi che sono insieme i suoi fattori di forza e di debolezza. Comprenderli significa trovare il giusto modo per contrastarlo. E’ una minaccia ben più concreta e cruenta di quanto lo sia, o lo sia stata al-Qaeda, anche con i fatti dell’11 settembre.

Sebbene l’ISIS sia nata come creatura qaedista - ossia spin-off di quell’al-Qaeda in Iraq (AQI) sorta all’indomani dell’intervento statunitense in Iraq - nient’altro  avvicina  queste due realtà: con l’esperienza siriana, infatti, l’AQI-ISIS  ha mutato la sua natura, ha subito influenze straniere, sia come nuove forze reclutate  sia come  finanziamenti, e ne è uscita rafforzata e determinata per un progetto dal percorso così violento che persino al-Qaeda ne ha preso le distanze. Deleterio è stato, infatti, per l’Occidente sottovalutare l’ISIS e confonderla come un’ulteriore espressione armata dell’opposizione al regime siriano, senza approfondirne la conoscenza e, anziché contrastarla ha permesso che si rafforzasse sino a stravolgere lo scenario conflittuale iracheno, risvegliare gli Stati Uniti dal torpore della loro politica di  stay behind, obbligarli a intervenire  nuovamente in Iraq sino a stringere, forse, alleanze con vecchi nemici come l’Iran o a dialogare con la Siria, dopo anni di accuse e minacce.

Di certo, l’esperienza militare dell’ ISIS ha aperto una nuova fase nella storia dei conflitti moderni. Infatti, ed è ferma opinione di chi scrive, l’ISIS non è  e non deve essere combattuta come gruppo terroristico ma come forza combattente che ha intrapreso una guerra e, in suo nome, sta perpetrando veri e propri crimini contro l’umanità. Nella comprensione di questo fenomeno si inserisce, infatti, la vera sfida al contrasto dell’ISIS per tutte quelle realtà che si sentono minacciate, siano Paesi sovrani, o minoranze etniche o religiose.

L’ISIS si inquadra, infatti, in quella categoria che già l’amministrazione G.W. Bush definì per al-Qaeda, ossia enemy combatant,  un soggetto non statuale  che utilizza la forza più brutale per raggiungere il suo obiettivo, non limitandosi poi ad operare in una sola nazione e, quindi, di natura  transnazionale.

L’ISIS è, però, una forza combattente che agisce con tattiche di guerriglia e che utilizza anche il terrorismo, ma non solo ed esclusivamente: incutere terrore è ciò che gli permette di alimentare il senso di vulnerabilità e di insicurezza ad una nazione con attentati arbitrari, limitati ma mirati (come è accaduto in Iraq negli ultimi anni) oppure alla comunità internazionale, con l’uccisione appunto degli ostaggi stranieri. Non è un caso che, insieme, quella guerriglia e le azioni terroristiche proprie dell’ISIS  siano l’espressione intrinseca più naturale del lungo conflitto in Iraq, a differenza  di quello in Afghanistan dove, invece, le cellule combattenti qaediste operano nel più classico copione  del terrorismo tradizionale.

Ma ciò che, in questo preciso momento e con i mezzi di cui dispone, innalza la minaccia proveniente dall’ISIS a una categoria più elevata e complessa rispetto al puro terrorismo, è nei modi con cui insegue l’ obiettivo finale: e non si tratta solo di proclamare un Califfato o,  come superficialmente viene indicato, di  destabilizzare la regione.

Il fenomeno ISIS è la radicale, isterica e cruenta messa in discussione dell’intero approccio occidentale dal Medio Oriente al Nord Africa, non solo nelle sue entità statuali imposte alla fine dell’Impero Ottomano, ma come è stato inteso per l’intero XX secolo, ossia serbatoio di ricchezza energetica da cui, secondo questa visione, gli Stati Uniti e l’Europa hanno attinto ampiamente con il benestare di governanti empi ed apostati a scapito della sua vera natura multitribale e della sua storia alle radici dell’islamismo.

Secondo il jihadismo proprio dell’ISIS, tradendo i fondamenti del Corano e della sua tradizione (sunna), costoro hanno ingannato di fatto l’ umma, ossia l’intera comunità musulmana. Per ristabilire quell’equilibrio, perso cent’anni fa, è necessario il jihad con tutte le forme di lotta, anche il terrorismo, contro i nemici interni all’Islam (governanti e regnanti musulmani) e contro chi si oppone a quel progetto.

Ma, appunto, non si tratta solo terrorismo.

Per quanto sanguinaria, l’azione terroristica non sfocia mai, infatti, nel genocidio che pare, invece, essere la tattica prediletta dell’ISIS qualsivoglia siano le sue vittime, sciiti, cristiani, iazidi, turcomanni o curdi. Il terrorista, infatti, non necessita di grandi numeri di vittime: ad eccezione dell’11 settembre – azione unica nel suo genere ed eclatante perché intesa  come dichiarazione di guerra e, come tale, trattata, seppure in modo sbagliato – il terrorismo puro agisce con attacchi e mezzi limitati, perché mira solo ad alimentare gradualmente il senso di vulnerabilità di una società, fino a portarla all’esasperazione, ma raramente alla paranoia del suo vivere quotidiano che è propria, invece, della guerra. 

L’escalation di attentati in Iraq nell’area sciita  e proprio per mano dell’ISIS, infatti, all’indomani della partenza delle truppe americane, doveva far comprendere la vera natura e la determinazione della sua missione, non esclusivamente terroristica ma bellica vera e propria. Era solo la prosecuzione di un’operatività ampiamente utilizzata contro le forze statunitensi e diventata consuetudinaria. E già allora era guerriglia e non solo terrorismo.

Il terrorista agisce con sorpresa, nella più totale invisibilità: può fare proclami – scritti o verbali – ma sono limitati nel tempo e nelle parole utilizzate. Azioni violente prolungate, e meno che mai una guerra, non gli appartengono, perché sa che porterebbero alla reazione, singola o di una coalizione di  nazioni; e il terrorismo, per quanto potente e organizzato come al-Qaeda al suo apice, ad esempio, non dispone normalmente né di uomini né di grandi mezzi atti a fronteggiare una guerra, e meno che mai su più fronti, come lo è ora l’ISIS.

La minaccia terroristica per sua natura deve sopravvivere a lungo, appunto per alimentare un senso di insicurezza e di vulnerabilità, come detto più sopra; e per fare ciò si trasforma e si adatta, ma mai cerca lo scontro frontale diretto. Sa che si confronterebbe nella più totale asimmetria e, fino ad ora,  non tutti  i gruppi terroristici hanno avuto quella caratteristica di superempowered group, ossia la capacità di attaccare uno Stato e minacciarne la sopravvivenza. L’ha mostrata al-Qaeda  l’11 settembre 2001, appunto, ma è svanita fra i monti afghani e pachistani; per Israele la possiede ancora Hezbollah e, in parte, Hamas, ma quello è tutto un altro capitolo della storia del terrorismo, dei conflitti contemporanei e della geopolitica mediorientale.

Il terrorista, inoltre, non può permettersi di controllare militarmente e per lungo tempo vaste aree di un territorio - soprattutto le sue infrastrutture di comunicazione (aeroporti) e quelle energetiche (dighe e pozzi petroliferi) - che comunque appartengono ancora a uno Stato come l’Iraq che, sebbene allo sbando, può contare sulla protezione di potenze regionali come l’Iran e, dopo il vertice Nato, anche di gran parte della comunità occidentale.

Per durare il terrorismo deve, quindi, essere limitato in uomini,  mezzi,  azioni e circoscrivere così i possibili risultati: inoltre, non deve possedere un progetto politico com’è, nel caso dell’ISIS, il Califfato retto dalla più radicale  sharia e imposto con la violenza, le epurazioni e i massacri. Non è con la pura strategia del caos, come quella voluta e imposta brutalmente dall’ISIS, che il terrorismo può sperare di sopravvivere: con un governo centrale nemico totalmente allo sbando  e in assenza di un’autorità politica sorretta da un’opinione pubblica compiacente, il terrorista non può, infatti, negoziare il suo progetto politico.  Solo il più bieco e sanguinario radicalismo, che è appunto la natura vera dell’ISIS, non ammette negoziazione e compromessi.

La storia contemporanea è, infatti, zeppa di esempi di movimenti terroristici che hanno abbandonato la lotta armata per il  passaggio al parlamentarismo in grado , quindi, di realizzare il proprio progetto politico, o parte di esso: dall’IRA all’OLP, per citare i più recenti, e in parte – seppur  ancora con innumerevoli distinguo – anche Hezbollah. Lo stesso si vorrebbe accadesse anche per Hamas, per lo meno è ciò a cui ambisce l’ala moderata del movimento e la stessa Anp. Possono esserci, quindi, movimenti propri di un terrorismo di rottura, rivoluzionario o eversivo: ma deve sempre esistere uno spazio per la negoziazione, altrimenti è solo feroce imposizione di violenza bruta e cieca, ma soprattutto la fine, per il terrorista, del suo progetto politico.

Ecco perché l’ISIS non appartiene al puro terrorismo. Ne utilizza alcuni strumenti (come attacchi con kamikaze nelle città irachene o per sfondare posizioni nemiche in battaglia) o macabri  rituali (come l’uccisione di ostaggi in  un rito sacrale dalle molteplici valenze religiose) che mirano a trasmettere, attraverso la loro violenza, la determinazione del terrorista a raggiungere il proprio scopo  e ne rimarcano l’audacia della sua sfida. Ma se si azzarda a imporre il suo Califfato, controllando il territorio con la più sanguinaria minaccia armata, dislocandosi su più fronti contemporaneamente, avanzando fra furti, saccheggi, deportazioni di civili, esecuzioni sommarie e  genocidi, ecco che esso appartiene ad altre categorie di forze combattenti radicali  e criminali, a cui la comunità mondiale si affanna nel dare una definizione anche giuridica, al fine di tentare di agire secondo le norme di diritto internazionale ma, non riuscendovi, si limita a rifugiarsi nel più ordinario concetto di “terrorista”. Ed è  ciò che fa la differenza nella elaborazione di una strategia vincente o perdente di contrasto al jihadismo dell’ISIS.

La definizione della vera natura dell’ISIS, infatti, deve scaturire non solo ed esclusivamente dai suoi metodi operativi, ma anche dalla comprensione della sua essenza criminale, dalla conoscenza della composizione dei suoi vertici e, soprattutto, dell’osso duro delle sue forze combattenti.

La notizia, da più parti confermata, che all’ISIS hanno aderito almeno 23 vecchi quadri militari dell’esercito di Saddam Hussein, suoi fedelissimi ed ex appartenenti del partito Baath, deve far approcciare quella minaccia con criteri che non appartengono affatto al contrasto del puro terrorismo: da Fadel al-Hayali, a capo delle operazioni sul terreno, ad Adnan al-Sweidawi, a dirigere il consiglio militare, sino al più anziano Izzat Ibrahim al-Douri, protagonista con Saddam della presa del potere del partito Baath in Iraq e di tutte le campagne di guerra seguenti, e ora leader del partito, ma soprattutto a capo della milizia Jaysh Rijal al-Tariqa al-Naqshbandia (Jrtn, Esercito degli uomini dell’ordine di Naqshbandi) che affianca l’ISIS ed è operativa dal Nord al centro del Paese, l’ISIS non ha una natura terroristica esclusiva.

Questi ufficiali – ex detenuti a Camp Bucca, lo stesso di al-Bagdadi e, una volta rilasciati, come è accaduto per il Califfo, hanno scelto al-Qaeda e la lotta radicale – sono stati affiancati da almeno 300 ex ufficiali della Guardia Repubblicana, liberati dalle prigioni irachene attraverso  blitz armati di forze dell’ISIS già nell’estate del 2013: stando a fonti locali, sarebbero stati costoro a permettere la presa di Mosul.

Riprendendo il modello già avviato nelle aree siriane controllate dall’ISIS, la stessa provincia irachena di Anbar sarebbe stata affidata ai c.d. wali, ossia vicecomandanti locali affiancati da un gabinetto di guerra (composto da 3 militari e 8 civili), responsabili del reclutamento, gestione di prigionieri e anche delle entrate finanziarie. E per quanto concerne la composizione dell’ISIS è ormai nota l’eterogeneità di provenienza dei miliziani, da maghrebini a ceceni, con una forte componente anche di soggetti di vari continenti. In tutto si ipotizza, senza alcuna conferma, siano dalle 25 mila alle 30 mila unità.

La sua presunta e quasi leggendaria disponibilità finanziaria (2 miliardi di dollari) – dai finanziamenti da parte di privati a quelli di Stati del Golfo Persico sino al saccheggio di banche irachene, sebbene smentito categoricamente dalle stesse – eleva l’ISIS a nemico fra i più potenti nella storia della lotta armata contemporanea, addirittura più dell’ al-Qaeda di bin Laden ai tempi di massima floridezza, dei talebani afghani (560 milioni di dollari), Hezbollah (500 milioni), al Shabaab (100 milioni) e addirittura Hamas (70 milioni). Qualsiasi sia la solidità finanziaria dell’ISIS, si sa che comunque può contare su attività illecite, dalle rapine, estorsioni, contrabbando di reperti archeologici sino  alla vendita al mercato nero di petrolio dato che, solo in Siria, controlla il 60% della produzione di greggio che, secondo stime attendibili, frutta da 1 a 2 milioni di dollari al giorno. Si tratta di cifre esorbitanti che impongono anche una gestione accurata, nella raccolta, nei movimenti e nella distribuzione del denaro, difficile da occultare totalmente. Secondo alcuni osservatori, infatti, queste risorse  permettono non solo di mantenere miliziani ma anche  di distribuirne a parte della popolazione sia siriana, allo stremo dopo anni di guerra, che quella irachena soprattutto sunnita, non certo in migliori condizioni data l’instabilità interna e la politica settaria e fortemente discriminatoria del governo sciita di al-Maliki. Un sostegno finanziario così importante e dalla distribuzione capillare non può essere totalmente segreto e impenetrabile.

La forza della formazione combattente ISIS sta, inoltre, non solo nei suoi numeri finanziari e nella violenta prepotenza delle sue azioni, ma anche nella conoscenza del territorio che le deriva soprattutto dalla rete di relazioni fra realtà locali – come le tribù per lo più sunnite da cui provengono numerosi militanti – e un’esperienza di intelligence interna, anche militare, già propria dell’establishment del vecchio regime.

Tutto ciò permette all’ISIS di attuare  tattiche operative proprie della guerriglia, ossia commando di pochi elementi che agiscono rapidamente, facilitati   nei loro spostamenti – paradossalmente - dalle buone condizioni delle strade del dopo-ricostruzione, e  controllano pochi centri urbani strategici – per garantirsi le telecomunicazioni e i rifornimenti – ma soprattutto  lasciano ampi spazi vuoti, per lo più desertici, agli avversari. A differenza di quanto accade per la guerriglia protetta da vegetazione, la conformazione per lo più  desolata di ampi spazi dell’Iraq non ancora sotto il proprio controllo, impone infatti ai miliziani dell’ISIS velocità di movimento, anche abbandonando postazioni conquistate, per poi riassalirle in tempi successivi: ciò finisce con il confondere il nemico con informazioni  in continua evoluzione sui propri movimenti e posizioni acquisite.

Se questi sono gli elementi di forza della formazione combattente ISIS, la sua debolezza sta, nel breve periodo e per quanto si sa al momento, nel non disporre di contraerea e, nel lungo periodo, di una carenza di uomini e mezzi non in grado, quindi, di controllare un territorio così vasto (solo per l’intero Iraq, secondo stime del Pentagono, sarebbero necessari almeno 200mila uomini). 

Da tutto ciò e per quanto accennato sino ad ora, si comprende che solo una combinata e  determinata  azione aerea e terrestre, preceduta e poi supportata da un vasto e capillare lavoro di intelligence sul territorio,  è l’unica strategia efficace nel contrastare ed eliminare la minaccia dell’ISIS, almeno per quel che  concerne la sua presenza in Iraq; mentre per quel che la riguarda sul fronte siriano intervengono altri elementi, più di geopolitica, che  si rifanno appunto alla complessa relazione fra i molteplici soggetti coinvolti in quello scenario, dal regime di Assad, l’eterogena composizione delle forze ribelli sino ai Paesi che  sostengono entrambi.

L’ISIS è, quindi, già costretta in due scenari strategici e tattici totalmente diversi: non può reggere a lungo come forza combattente. Se ciò dovesse accadere,  sarebbe obbligata a ripiegare veramente solo ed esclusivamente su azioni terroristiche, limitate nelle tattiche operative (come il ricorso ad attacchi suicidi), ma estese anche oltre i confini mediorientali, come già ampiamente ipotizzato dalle intelligence occidentali, dati i suoi componenti di varia provenienza, anche europea. E solo allora dovrebbe venir trattata come terrorismo.

Queste almeno sono ipotesi di evoluzione di quanto potrebbe accadere all’ISIS, se contrastata massicciamente da forze aeree e terrestri, con il solido e fondamentale lavoro di intelligence sul terreno, troppo a lungo trascurato in quello scenario.

I tempi operativi dell’ISIS sono infatti rapidi, accelerati dalla crudeltà delle esecuzioni sommarie e dalle notizie di genocidi, e sono propri di una moderna generazione di forze combattenti che sembrano comporre, anche se con rinnovate sigle e nuovi contesti geografici, una nuova vera sfida alla sicurezza e ai conflitti del futuro.

Al contrario, l’altra faccia del Giano, al-Qaeda ora rifugiata sui monti pachistani, opera così lentamente e cautamente da darla ormai per morente, rischiando però di compiere un ulteriore errore di valutazione, soprattutto per il futuro della stabilità e della sicurezza dell’ Afghanistan e dei Paesi circostanti, una volta avvenuto il ritiro delle forze multinazionali.

Andando oltre le dichiarazioni di al-Zawahiri circa la neonata cellula qaedista asiatica, è proprio il suo essere profondamente una realtà terroristica a garantirle fino ad ora la sopravvivenza, e lo si è visto nonostante i notevoli sforzi per annientarla. Al-Qaeda, come molti altri gruppi che l’hanno preceduta, rappresenta per sua natura una realtà fluida, adattabile a innumerevoli situazioni e alle misure di contrasto, con ramificazioni locali e regionali che non impongono sforzi militari al pari di quelli con cui presto, si spera, si troverà a fare i conti l’ISIS. Se al-Qaeda sparisce, è per una crisi di leadership (mancanza di capi al pari di un Osama bin Laden) e di aiuti economici, per cui finiscono propaganda e, venendo meno l’ appeal del suo progetto, anche il  reclutamento. Non è un caso che si sia provveduto ad eliminarne i vertici e, sebbene molto in ritardo e in maniera disomogenea a livello internazionale, si stia lavorando per contrastarne il supporto finanziario.

Ed è proprio sull’ appeal al jihad che ISIS e al-Qaeda finiscono per confrontarsi, come dimostrato chiaramente dai due video: e l’ISIS ne esce vincente perché attua tecniche comunicative dal forte richiamo per le giovani leve, a cui affianca una massiccia campagna sulla rete, finendo così per reclutare forze nuove.

Ciò che maggiormente deve preoccupare dell’ISIS è, poi, la sua pericolosità come modello operativo da emulare: scenari a forte instabilità sono ormai diffusi ampiamente nel mondo musulmano. La Libia dalle innumerevoli milizie armate è uno dei più a rischio,  anche per il richiamo alla creazione di entità statali nuove, separate ed autonome che possono concretizzare finalmente i piani di un Islam politico, seppur radicale, visti i fallimenti di quello moderato del dopo-rivolte. Ma anche il teatro asiatico non è immune da destabilizzazioni in grado di far prendere piede a soggetti sensibili all’impianto ideologico ed operativo dell’ISIS.  

Ecco del perché del Giano bifronte: nella sua raffigurazione sembra racchiudersi l’intera allegoria delle drammatiche vicende della moderna lotta armata, e non solo più esclusivamente terroristica,  proprie dell’al-Qaeda prima e dell’ISIS ora.

Per i romani Giano era inteso come dio dell’inizio di un’attività o di un periodo e, quindi,  di un passaggio che avviene attraverso una soglia  (ianua):  la chiusura delle porte del suo tempio rappresentava, infatti, l’inizio dell’era di pace. Ma egli era altresì protettore di attività, anche illecite, per cui ambigue e opportunistiche proprie di un essere a doppia personalità, pronto a mutare opinione e atteggiamento a seconda della convenienza.

ISIS e al-Qaeda, quindi, guerra e terrorismo, e la loro esistenza è testimonianza violenta del passaggio ad una nuova era delle relazioni conflittuali internazionali, iniziata l’11 settembre di tredici anni fa, in cui svanisce totalmente  la contrapposizione fra civili, militari e civili combattenti, fra guerra, pace e tregua, e i bersagli non sono più le entità statali ma le “diversità”, siano essere culturali (l’Occidente e i suoi valori, e il suo mondo politico, economico e finanziario), religiose (sciiti, cristiani, ebrei) o etniche (iazidi, curdi, turcomanni, solo per citarne alcuni).

Ecco l’affanno del resto del mondo, soprattutto occidentale, ad adeguarsi a questa guerra alla “diversità” che, con ciò che accade nell’Iraq dell’ISIS, diventa così politica e, per l’Occidente, anche minaccia interna. E’ stato avviato un nuovo approccio alla guerra che azzera tutti i parametri giuridici così come sono stati concepiti e utilizzati per regolamentarla  e combatterla fino ad ora, con l’aggravante  di un Occidente in crisi di leadership  che non trova, quindi, accordi rapidi sugli strumenti più adatti ad approcciarla, al suo primo manifestarsi, o a  contrastarla, perdendo così tempo prezioso. E nel frattempo, accanto alle esecuzioni sommarie e ai genocidi, e fino a che non si porrà fine alle fonti di educazione, di propaganda e di finanziamento di questa cultura contro il diverso per conoscenza, religione ed etnia, non si potrà dire di poter chiudere definitivamente  le porte del tempio.

 

 

 6/9/2014

 

www.gtmglobaltrends.de

 

Germana Tappero Merlo©Copyright 2014 Global Trends & Security. All rights reserved.

 

 

 

 

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