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L'immobilismo diplomatico degli Stati Uniti e il protagonismo del Qatar

L'immobilismo diplomatico degli Stati Uniti e il protagonismo del Qatar - Global Trends & Security

Per uno studioso di storia politica e militare americana, la latitanza statunitense in scenari di crisi come quello siriano o libico provoca stupore, incredulità ma anche una certa irritazione. Che la fine della guerra fredda e, in seguito, soprattutto  l’11 settembre, abbiano cambiato protagonisti, ruoli, regole e, soprattutto prassi diplomatica, è ovvio e anche naturale, soprattutto in aree come quella mediorientale, o comunque nell’insieme del mondo arabo e musulmano, per tutti i motivi più che noti legati alla lotta al terrorismo e la relativa guerra all’Iraq.

Ma la deriva dell’azione diplomatica statunitense, in quel contesto e nell’ultimo anno, solleva dubbi e perplessità, soprattutto di fronte alle notizie di scontri  cruenti non solo in una Siria sempre più straziata da una guerra civile, ma anche in una Libia non più in guerra ma non certo rappacificata, vista la lotta fra  bande armate per la spartizione e il controllo delle sue ricchezze.

Perché quella guerra, iniziata nel marzo del 2011, sotto la guida statunitense e con i buoni propositi della responsability to protect (R2P) sembra aver sotterrato nelle sabbie libiche la consapevolezza delle responsabilità e il dovere di protezione di quella gente, per decenni vittima di un regime non più gradito all' Occidente.

E dimenticata la grande retorica sulla libertà e sulla democrazia, il paese si trova ora allo sbando. 

Infatti, queste riflessioni e alcune considerazioni sono sorte nel momento in cui ho iniziato a documentarmi  su ciò che sta accadendo in Libia ad un anno dall’inizio dell’attacco della Nato e a due mesi dalle prime elezioni “libere”. Basta leggere, al riguardo,  il rapporto redatto per il Segretario generale dell’Onu o quello di Amnesty International  sulla violazione dei diritti umani in Libia, per rendersi conto di come la guerra per destituire Gheddafi abbia certamente raggiunto questo obiettivo, ma abbia altresì lasciato quel paese in una situazione interna così grave e degenerata da far temere il peggio per i prossimi mesi, se non anni.

La gravità è data dallo scontro, anche violento e armato,  di interessi contrapposti, emersi improvvisamente nel corso della guerra, a cui non sembra si possa trovare un compromesso. Ciò che più inquieta e preoccupa è che quel che sta avvenendo in Libia, alla fine di un conflitto sostenuto dall’Occidente, è una copia di quanto successo in Iraq, o in Sudan, o ancor prima in Somalia, ossia in paesi che hanno sperimentato conflitti, hanno visto la partecipazione militare più o meno attiva dell’Occidente, ma si trovano ora in una condizione peggiore e più pericolosa di un tempo, ossia prima dell’intervento per la loro “liberazione”. Inutile sottolineare che le stesse preoccupazioni potrebbero sorgere all’indomani del ritiro delle truppe dall’Afghanistan.

Allora, al di là delle note disquisizioni sulla necessità o meno di certi conflitti (quanto inchiostro è stato versato sulla guerra giusta/ingiusta o  su quella “umanitaria”  etc. etc), ciò che balza immediatamente agli occhi ad un  osservatore e conoscitore della storia e della diplomazia di quelle regioni, è  quel fenomeno preoccupante della scarsa e soprattutto inefficace azione diplomatica degli Stati Uniti, ossia di quella superpotenza che pare aver dimenticato la sua tradizione di mediazione politica a favore dell’esclusiva dimostrazione della sua superiorità militare.

Di fronte alle notizie provenienti dalla Libia, o appunto dalla Siria, non si può non pensare a quell’azione di mediazione fra tutte le parti in lotta o in conflitto iniziata con Henry Kissinger nel corso della guerra dello Yom Kippur, nel 1973, e proseguita con altri importanti Segretari di Stato, anche di amministrazioni democratiche, e diventata nota come shuttle diplomacy o diplomazia navetta.

I manuali di pratica diplomatica la definiscono anche   “comunicazione mediata”, ossia l’intervento di un terzo soggetto fra i contendenti  al fine di favorire la comunicazione fra le parti, invogliandola e dirigendola verso un compromesso. L’innovazione nella prassi diplomatica contemporanea fu introdotta appunto da Kissinger nel difficile scenario conflittuale arabo-israeliano  e in piena guerra fredda, e segnò l’avvio di una attività mai abbandonata dalle amministrazioni statunitensi fino al 2001.

In pratica, da  Nixon a Clinton, passando da James Baker, Warren Christopher, Madeleine Albright - e come dimenticarsi  il loro attivismo –  sino al “bulldozer”, come venne definito,  Richard Holbrooke, su tutti gli scenari più complessi, dalla questione israelo-palestinese alla guerra nella ex Yugoslavia, la diplomazia statunitense era presente, vigile, attenta e soprattutto molto attiva nel cercare un compromesso fra le parti in lotta. Ora appare cauta o titubante, latente se non latitante. C’è da chiedersi cosa c’è che non va, proprio ora che nella grande trasformazione dopo la guerra fredda, la fine dei regimi comunisti, sovietico e cinese, e con un potere militare senza eguali, gli Stati Uniti non sembrano più saper agire con la loro grande esperienza diplomatica.

Qualcuno potrebbe obiettare che in un mondo completamente globalizzato vi siano ormai troppi attori più o meno “protagonisti” (agli Stati si sono affiancati, infatti, soggetti come organismi politici ed economici, dall’Unione europea alla lega Araba o l’Unione africana ad esempio, tutti  con i loro interessi particolari), oppure che vi siano troppi scenari di crisi da monitorare e rappacificare e che agli Stati Uniti, quindi, non spetti o non possano più adempiere da soli al compito esclusivo di “poliziotto” o “mediatore” nel mondo.

Altri affermano semplicemente che, dopo l’11 settembre, si siano preferite le armi alla mediazione. Insomma G.W. Bush, con la sua politica di delegittimazione delle Nazioni Unite, avrebbe spazzato via decenni di prassi diplomatica a favore del solo rumore dei mezzi militari e che Obama, visti anche gli aumenti nelle spese militari, si sia mollemente adeguato a questa “naturale” evoluzione della gestione delle crisi internazionali.  Non è un caso che se si digitano le parole “shuttle diplomacy” e Obama su qualsiasi motore di ricerca del web, il primo risultato sia la politica dell’attuale presidente nei confronti delle missioni delle navette della Nasa. Non si tratta di una libera interpretazione giornalistica: è che c’è poco o nulla da dire al riguardo. E ciò, a mio parere, è la vera e tangibile rappresentazione della perdita di leadership politica degli Stati Uniti nel contesto mondiale, risultato dei fallimenti bellici di Bush e dell’incapacità di Obama di voltare pagina, prendendo spunto   dalla storia diplomatica del suo paese.

Altri ancora, sebbene pochi, obiettano che la shuttle diplomacy  portò più a fallimenti che a successi, visti i destini di accordi come quelli di Oslo o il summit di Camp David, per la pace fra israeliani e palestinesi. In pratica, i compromessi raggiunti sarebbero stati forieri di altri scontri; come a dire che il compromesso non è mai risolutivo di conflitti decennali. Ma si tratta di una mezza verità: certamente non si risolvono improvvisamente tensioni e motivi di scontro, ma si fermano lo spargimento di sangue o la degenerazione di una crisi che può condurre a conflitti più cruenti.

Allora, al contrario di oggi di fronte ai massacri siriani o a quanto sta ancora succedendo in Libia, gli Stati Uniti erano decisamente presenti, e quella spola fra Washington e quei paesi in guerra e ancora, con le capitali europee o addirittura Mosca, fermava per lo meno  gli scontri e lo spargimento di sangue, come  accadde clamorosamente nella prima e più sanguinosa crisi post guerra fredda, ossia nella guerra nell’ex Yugoslavia e conclusasi, grazie a quell’attivismo proprio della shuttle diplomacy statunitense,  con gli accordi di Dayton.

Un mediatore come Holbrooke non esitò, allora, a premere su Pentagono e Casa Bianca  per permettere che i massacri e la pulizia etnica si fermassero e si raggiungesse un accordo fra serbi e croati, soprattutto dopo eccidi, come quello di ottomila uomini  musulmani a Srebenica. L’inviato di Clinton non si risparmiò  nemmeno con i suoi connazionali e per scuotere  un Occidente ormai pericolosamente abituato alle cronache di morte, per cui  vergognosamente inattivo. Come ora sta accadendo con i massacri in Siria o gli scontri in Libia e in molte altre realtà, soprattutto africane. L’azione di Holbrooke non terminò con l’avvio dell’intervento occidentale, ma continuò a incontrare le parti in lotta  e a tessere  rapporti complessi con mano ferma e a raggiungere quella tregua che avrebbe portato alla spartizione pacifica della Bosnia ma anche alla fine dell’assedio e delle morti a Sarajevo. E questo è solo uno degli esempi di quella tradizione politica iniziata, con medesimo attivismo e capacità diplomatica, appunto vent’anni prima da Henry Kissinger. Tutto ciò sembra ora svanito nel nulla o, quando appare, è troppo cauto, indeciso o peggio ambiguo.

Mi riferisco alla double track policy, o politica del doppio binario (per alcuni, meno benignamente, del bastone e della carota) che sembra essere l’unica prassi dell’amministrazione Obama, soprattutto in contesti a rischio come quello mediorientale o  di fronte alle “intemperanze” nucleari  iraniane: da un lato il dialogo e dall’altro le minacce di provvedimenti che vanno dagli embarghi al rischio di guerra, con una certa predilezione per quest’ultima soprattutto se combattuta da altri, come in Libia. Il risultato, però, del doppio binario è l’esasperazione degli animi perché, come è già accaduto troppe volte in passato, dietro a questo atteggiamento degli Stati Uniti si cela una profonda incomprensione della società e della cultura dei paesi verso cui è diretto. Il rischio, come è accaduto con  la recente crisi con Teheran, è quello di alimentare il malcontento verso l’Occidente  e di rafforzare il consenso popolare verso il governo centrale che, invece, si vorrebbe indebolire se non addirittura eliminare.

 

Ma vi è ancora un elemento che preoccupa alcuni osservatori internazionali di fronte a fatti come quello siriano o alla degenerazione della situazione  libica, ossia che la latitanza diplomatica statunitense non sia dovuta solo  a miopia strategica o a una prassi di mediazione ad altissimi livelli che si è andata dimenticando, quanto appunto si sia preferito l’ approccio low profile, sempre ai margini e con soli richiami diplomatici, per  lasciare irrisolti i  contrasti, perché  l’obiettivo finale è mantenere fermenti di instabilità in zone a massimo interesse economico e strategico.

Ciò vale  soprattutto per aree di cui l’Occidente aveva perso il controllo, come la  parte settentrionale o quella subsahariana dell’Africa, ad esempio, ormai decisamente a favore di altri soggetti come la Cina; oppure quella del Golfo Persico, perché alla questione siriana è indubbiamente legato a doppio filo anche il rapporto con l’Iran e il destino di gruppi come gli hezbollah, dal ruolo strategico in paesi come il Libano e nei delicati equilibri mediorientali, per cui alimentare l’instabilità significa  distogliere l’attenzione dalla questione israelo-palestinese e favorire l’ascesa di nuovi soggetti e interessi regionali.

Tutta l’area maghrebina e mediorientale, con una estensione nell’area africana sub sahariana è, infatti, in totale fermento dall’avvio della “primavera araba”, con apparizioni saltuarie e tardive dei massimi vertici della diplomazia statunitense a partire dal Segretario di Stato, Hillary Clinton. Situazioni drammatiche si stanno registrando in Nigeria, Mali, nei due Sudan,  solo per citare le più note, con una costante, ossia la divisione, vera o ipotetica, del paese per lo più per motivi religiosi, con conseguente scontro armato, in cui fanno sempre capolino gruppi terroristici legati ad al Qaeda. E questo mostro che si voleva combattere e far scomparire con la guerra in Iraq, iniziata all’indomani dell’11 settembre, sembra invece proliferare con nuove sigle e in ogni luogo dell’Africa, del Medio Oriente e della penisola arabica, con prevedibili e pericolose apparizioni, a breve, anche nel sud-est asiatico.

E gli Stati Uniti sembrano impotenti di fronte alla degenerazione di un fenomeno che non è bastato fermare con una lunga guerra; ma nemmeno sembrano porsi il problema di agire diplomaticamente lasciando, infatti,  libertà d’azione al solo comando militare dell’Africom - che agisce “chirurgicamente” contro le basi alqaediste con l’asettico uso di droni - o a impreparate e inappropriate forze di peacekeeping africane che tentano inutilmente di gestire  situazioni di crisi, sempre più forti e sanguinose.

Si tratta, quindi, di una pericolosissima deriva nell’azione politica internazionale della superpotenza statunitense che non agirebbe più al solo  scopo di permettere che al dialogo (sempre possibile anche in situazioni drammatiche) si sostituiscano scontri armati sempre più numerosi, violenti e con soggetti non sempre inquadrabili nelle fila di una resistenza e rappresentativa di gruppi  di interesse, che siano religiosi o etnici. Insomma, secondo questa lettura, non tutto quel che è avvenuto o sta avvenendo, dalla Libia al Golfo Persico, è stato fatto in nome della libertà e della democrazia, ma per favorire nuovi soggetti regionali (come la Turchia o il Qatar) o permettere a ex potenze coloniali (come Francia e Gran Bretagna) di riconquistare quel terreno perduto negli anni a favore di nuove potenze, come la Cina.

 

Non sembrano, quindi, esserci altre spiegazioni di fronte all’assenza degli Stati Uniti di fronte a quanto sta accadendo in quei luoghi e, soprattutto, di fronte all’esacerbarsi di fratture fra differenti componenti religiose, come fra sunniti e sciiti (Iraq), o cristiani e musulmani (Nigeria) o fra la moltitudine di realtà etniche e tribali che compongono la galassia mediorientale e nordafricana.

 

Ciò che, invece, appare come un elemento nuovo, non ancora adeguatamente compreso per i suoi effetti geostrategici futuri è il ruolo da protagonista del Qatar proprio nell’azione diplomatica di mediatore nelle peggiori crisi o conflitti, dall’Afghanistan (fra Stati Uniti, governo centrale e talebani) appunto alla Siria e Libia, passando dal Corno d’Africa  (Eritrea e Gibuti), al Sudan e allo Yemen, senza tralasciare gli scontri interni palestinesi fra Hamas e Fatah.

 

Che l’emiro del Qatar Hamad bin Khalifa Al Thani abbia fiuto per affari e per la politica ad altissimo livello, l’ ha già dimostrato in numerose occasioni, dalla istituzione nel 1996 della rete televisiva al Jazeera (con il suo ruolo di divulgatore e  aggregatore culturale del mondo arabo e musulmano), all’appoggio logistico agli Stati Uniti con la presenza di una loro base militare ad al-Udeid, sino  al sostegno  alle rivoluzioni arabe e all’azione diplomatica dell’ultimo anno, appunto con il  suo ruolo di mediatore.

Ma il fiuto non basta, e il successo della sua azione diplomatica è dato da un mix di elementi. La rilevanza dell’azione dell’emiro  è permessa, infatti, dagli enormi proventi delle  riserve di gas qatarine – le terze al mondo – che gli permettono di porsi come un interlocutore in grado di far incontrare (ospitando le parti in conflitto nei suoi lussuosi hotel, e per chi proviene da zone in guerra sono anche garantite cure mediche gratuite e diarie per piccole spese), di  mediare, di porre condizioni   e soprattutto di intervenire finanziariamente, in modo che i risultati degli accordi non abbiano ostacoli di carattere economico per la loro implementazione. Ciò è avvenuto, ad esempio, nel 2006, quando l’emiro ha investito pesantemente nella ricostruzione del sud del Libano dopo la guerra con Israele e la firma degli accordi, appunto, di Doha che riappacificavano le parti.

L’elemento in più, a favore del Qatar come mediatore di conflitti dal centro Asia all’Africa, e   rispetto a qualsiasi altro interlocutore internazionale anche potente come gli Stati Uniti, è dato dalla comune appartenenza alla religione islamica – che  definisce anche i contorni delle leggi interne a molti  paesi in conflitto  - e che permette di far incontrare le istanze di gruppi moderati con quelle dei più radicali, così come  fra i Paesi islamici  e quelli occidentali.

E’ un’azione diplomatica  multilaterale ad ampio raggio, garantita da una notevole  apertura culturale che permette a Doha di intrattenere rapporti sia con frange estreme come i talebani o gli hezbollah, di dialogare con Teheran ma redarguire Damasco, di ospitare Hamas e avere rapporti commerciali con Tel Aviv. Un’azione, quindi, unica nel suo genere che non è riuscita a nessun altro paese della regione: si pensi, al riguardo, ai pastrocchi combinati dall’Arabia Saudita negli ultimi vent’anni.

L’azione di mediazione dell’emiro del Qatar è diventata, infatti, negli ultimi anni, così frequente, collaudata e di successo da essere persino definita da alcuni un vero e proprio “brand”, ossia un prodotto commerciale nazionale, studiato nei particolari e richiesto da più parti.

Certamente tutto ciò è  lontano dagli altissimi livelli della shuttle diplomacy della tradizione americana; ma in mancanza di questa, perché gli Stati Uniti sono titubanti o latitanti, interviene  l’attivismo diplomatico di  Doha che porta a risultati tangibili e immediati. E non si tratta solo di meri interessi finanziari: di sicuro  l’azione dell’emiro è volta a raggiungere traguardi  di controllo regionale, che gli è dovuto per essere riuscito a trovare, in numerose occasioni, il punto di incontro fra interessi totalmente discordanti. E il tentativo di facilitare una via d’uscita  per gli Stati Uniti dall’ Afghanistan, con un accordo fra talebani e governo centrale, la dice lunga sulle ambizioni regionali e internazionali di Doha.

E il rapporto del Qatar con la potenza americana sarà sicuramente oggetto di studi di storia diplomatica per i prossimi anni: è vero, infatti, che l’attuale emiro ha ottenuto il potere grazie ad un golpe, contro il padre, con il sostegno di Washington e che ripaga, ora, agendo anche in parte per gli interessi statunitensi nella regione con quest’attivismo diplomatico, come un tempo accadeva per l’Arabia Saudita. Tuttavia, proprio alla luce della passata esperienza con Riyadh, Washington dovrebbe tentare di riprendersi il controllo di trattative e di interventi diplomatici, e non delegare totalmente ai personalismi propri di case regnanti come quelle della penisola arabica, la gestione di interessi e la definizione di regole nei rapporti internazionali di una delle regioni più complesse al mondo.

Insomma, fra l’interventismo militare e la latitanza diplomatica esiste una via di mezzo: si tratta di riprendere, senza risparmio di forze,  la consuetudine della mediazione, utilizzando certamente personalità e soggetti locali come tramite fra le fazioni in lotta, ma dimostrando altresì, come ci si aspetterebbe da una nazione che si presume sia ancora una potenza politica e militare, che la pace e il raggiungimento della libertà e della democrazia siano i veri obiettivi della sua azione diplomatica. Se ciò non accadrà, come presumo, almeno nel corso di quest’anno, allora non stupiamoci se letture complottiste cercheranno di dare una spiegazione alla degenerazione di situazioni di crisi, come quella siriana o quella libica.

Obama non ha e non deve avere scuse; almeno ciò è quanto ci si aspetterebbe dal rappresentante della nazione da cui è stata forgiata quella shuttle diplomacy che ha fatto storia e da un Nobel per la pace che sembra, invece, assistere impotente alla sanguinosa degenerazione della situazione siriana e allo sfascio della nazione libica. La latitanza statunitense è la principale responsabile di quanto sta accadendo in quelle, come in numerose altre, nazioni in guerra.

I tempi della bella retorica sono finiti da tempo; a meno che tutto ciò sia voluto.

Tuttavia, ci piace ancora credere che ci sia veramente il desiderio di aiutare quei popoli e che si sia trattato solo di uno sbandamento temporaneo degli Stati Uniti e che prima o poi si risveglieranno da quel torpore dovuto alla crisi interna e ai balletti delle campagne presidenziali. Ma è ora che si sveglino, e senza tante ipocrite scuse e infondate giustificazioni.

 

6/4/2012

Foto: Kissinger 14, di J.Maclean. Henry Kissinger e i 14 giornalisti che lo seguivano nei suoi viaggi ufficiali come Segretario di Stato.