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La guerra in Libia, i droni e il gen. Douhet

La guerra in Libia, i droni e il gen. Douhet - Global Trends & Security

Gli Stati Uniti hanno deciso l’impiego dei droni  Predator sui cieli libici. Le forze di Gheddafi hanno compreso l’evoluzione della guerra e gli attacchi aerei della Nato, modificando così le loro strategie difensive. Anche se hanno abbandonato Misurata alla mercé delle tribù locali, si concentrano in altre aree urbane, distanti fra loro e proseguono i combattimenti contro i ribelli.


Da parte delle forze occidentali si  sta rischiando, quindi, un “mission creep”, ossia un mutamento incontrollato della missione e un allontanamento definitivo da quello che era l’obiettivo della risoluzione 1973, ossia l’intervento militare in difesa dei civili libici.


Il lungo assedio di Misurata, il suo destino in bilico fra i delicati equilibri tribali locali, ma soprattutto lo stallo e il preoccupante prolungamento di una operazione militare che si voleva veloce, vittoriosa e risolutiva  contro le forze di Gheddafi, hanno fatto decidere l’amministrazione statunitense per l’impiego di questi velivoli senza pilota. La più antica tattica bellica – l’assedio  di una città– ha messo, quindi,  a dura prova una deludente strategia delle forze Nato attuata esclusivamente con operazioni aeree, tanto da coinvolgere, loro malgrado, gli Stati Uniti con questi strumenti considerati la  massima espressione della nuova guerra tecnologica.


Di questi velivoli gli Stati Uniti stanno facendo ampio uso nella regione pachistana del Waziristan, nella guerra contro le cellule terroristiche talebane, come ho già avuto modo di segnalare in una mia analisi. Tale pratica non è più un mistero e rientra perfettamente in quell’ottica della Revolution in Military Affair (Rma) che confida totalmente nella tecnologia per colpire, da asettiche postazioni di comando lontane migliaia di chilometri, quegli obiettivi strategici (postazioni missilistiche e radar, depositi di armi, centri di comando etc.) al fine di abbreviare i tempi di un conflitto armato, evitare vittime fra i propri soldati, ma soprattutto fra i civili. Questa almeno è la filosofia di base della guerra con i droni.



L’opzione droni è stata favorita rispetto all’intervento di forze di terra da parte della coalizione internazionale, per due ordini di motivi: il primo, che mi sento di condividere, è dovuto alle cautele espresse proprio dal comando militare dei ribelli libici che teme un effetto boomerang dovuto alla presenza di forze armate straniere sul territorio libico. Apparirebbero, infatti, più come forze di occupazione che di liberazione – come hanno dimostrato l’Iraq e l’Afghanistan – finendo per  non essere sempre gradite alla popolazione locale e a quelle dei Paesi vicini.


Il secondo motivo, che è più di ordine tattico, lo ha fornito il Segretario alla Difesa Robert Gates: “Un piccolo contributo  alla missione – ha affermato Gates – il cui controllo resta in mano ad altre nazioni”. I droni, infatti, potendo volare a bassa quota, possono colpire più facilmente   gli obiettivi strategici a terra e quindi annientare le capacità offensive e difensive di Gheddafi e porre fine a questo conflitto. In pratica, il Colonnello verrebbe stroncato con l’impiego massiccio ed impersonale della massima espressione di tecnologia militare a disposizione dell’Occidente.


D’altronde, alternative tattiche  in mano alla Nato non  ve ne sono; o almeno, i droni sarebbero un’opzione auspicabile rispetto all’intervento di truppe terrestri, soprattutto se si volessero evitare esperienze traumatiche, costose e, sino ad ora e a mio parere, assolutamente fallimentari, come quelle irachena e afgana. Anche la Libia, infatti, stando al modo di organizzare e condurre i conflitti più recenti, potrebbe venir invasa da quei contractors privati che sembrano ormai dominare gli scenari bellici sparsi nel mondo. E, per lo meno di fronte a questa eventualità, sembra che le lezioni passate e le vicende ancora aperte, abbiano insegnato qualcosa. Almeno per ora.


Un buon numero di strateghi e analisti militari aveva ipotizzato, infatti,  l’obbligo di intervenire via terra, perché la sola guerra aerea condotta sino ad ora non avrebbe sortito l’ effetto  desiderato sulla capacità militare di Gheddafi. Come sempre avviene di fronte a nuove sfide belliche  e all’uso massiccio dell’arma aerea, come nel caso, appunto, dei bombardamenti sulla Libia, è stato tirato in ballo il generale Giulio Douhet e il fallimento della sua  teoria del bombardamento strategico come strumento risolutore dei conflitti moderni. Nemmeno la prima guerra del Golfo del 1991, condotta dalla coalizione internazionale per lo più con l’arma aerea, avrebbe visto trionfare la dottrina douhetiana. Tuttavia, mi sento di spezzare una lancia a favore di Douhet contro i suoi detrattori o, peggio, i suoi manipolatori.

 

Fu proprio nel 1911 – quindi un secolo fa –  nel corso della guerra italo-turca per la Libia, quando gli alti comandi militari chiesero all’allora giovane tenente Douhet un rapporto tecnico sul bombardamento di postazioni turche di Ain Zara, e in seguito in quella balcanica del 1912, che Douhet iniziò a scorgere le potenzialità tattiche del traballante mezzo aereo, di certo non ancora in grado di essere armato tanto da poter incidere nelle sorti di una guerra. Tuttavia, con quelle esperienze, unitamente a quella della prima guerra mondiale, Douhet riuscì per primo al  mondo  ad elaborare una dottrina di impiego del mezzo aereo in cui il bombardamento di centri nevralgici – dagli obiettivi militari a quelli civili, ossia  infrastrutture, strade e ponti, depositi, fabbriche e, in ultima istanza, la popolazione civile - sarebbe stato in grado di decidere le sorti della guerra, in poco tempo e con limitato spargimento di sangue.  

 

E’ un primato tutto italiano, di cui per molti non è il caso di andarne fieri: ma per comprenderlo per davvero è necessario contestualizzare la sua elaborazione dottrinale e non farsi travolgere da giudizi convenzionali e perbenisti. Non è colpa di Douhet se si combattono le guerre e la tecnologia militare procede secondo, se non addirittura precede, l’evoluzione dei conflitti armati: la volontà politica di combatterli  o di fermarli non spetta ai manovali della guerra. Non diamo a costoro responsabilità che, invece, spettano a uomini che elaborano progetti politici e strategici in cui la guerra, per costoro, rappresenta l’unica alternativa possibile e  l’indispensabile strumento per ottenerli.


Non a caso, infatti, Douhet teorizzò “i probabili aspetti di una guerra futura” proprio all’indomani della tragica e sanguinaria esperienza della prima guerra  mondiale, ossia statica, di trincea e di logoramento, dai costi umani esorbitanti. Nella sua teorizzazione  superava quell’ideale di guerra aerea propria dei suoi contemporanei, ossia quella del duello aereo, in cui i mitici “assi” erano i protagonisti di un’epopea che la letteratura e la filmografia aiutarono ad alimentare nell’immaginario collettivo.


Innegabile era quindi il suo obiettivo finale che, al giorno d’oggi, potrebbe essere definito “umanitario”, ossia quello di ridurre i tempi e le sofferenze umane dovute al prolungamento di un conflitto. E’ la condivisione, in pratica, di quella filosofia che sta alla base dei nuovi conflitti moderni, con una Rma in primo luogo. Si tratta, comunque, di una “eticità” che presenta aspetti controversi, anche perché Douhet è stato sempre e ampiamente frainteso.


Come tanti altri strateghi tirati sovente in ballo - dal cinese  SunTzu, il prussiano Clausewitz, l’italiano Montecuccoli, o gli americani Mahan e Mitchell - Douhet viene citato a sproposito, per il solo fatto che pochi o pressoché nessuno si è preso la briga di leggere i suoi testi. Un’ inadempienza poco giustificata, soprattutto se si vuole dissertare di guerra, e considerando il fatto che gli scritti di Douhet sono ora, a differenza di una decina di anni fa, pubblicati e ampiamente disponibili, e scritti con tale abilità da coinvolgere il lettore, anche se poco addentro alle cose militari .


Non ha nemmeno senso tirare in ballo in un contesto come quello delle guerre moderne, una dottrina strategica elaborata cento anni fa che si fonda su uno strumento come l’arma aerea così sensibile all’evoluzione  tecnologica: è come pretendere di  regolare il traffico cittadino di una metropoli moderna con un codice della strada valido ai tempi delle carrozze a cavallo.


Le ragioni della geopolitica contemporanea hanno cambiato gli scopi dei conflitti moderni: l’innovazione tecnologica ha, inoltre, mutato drasticamente gli attori e gli strumenti a loro disposizione. Inutile forzare la mano in superflue dissertazioni accademiche che svelano solo l’ignoranza di chi le pratica e non fanno che confondere il quadro generale.



Douhet, come quei personaggi citati più sopra sebbene con le loro  specificità, ha avuto solo la genialità di cogliere gli aspetti innovativi e rivoluzionari di un mezzo che la tecnologia offriva alla conduzione della guerra e ipotizzarne così i caratteri salienti; ma ciò avveniva  un secolo fa, quando l’aereo era per lo più composto da carta e tela, e il suo uso in battaglia era limitato ai duelli e allo sgancio di bombe a mano da parte di piloti sugli obiettivi nemici.



La teoria del “dominio dell’aria” fu redatta da Douhet  quando i massimi strateghi militari confidavano nell’uso dei dirigibili per vincere le guerre e l’uso dell’assalto del fante con la baionetta era concepito strategicamente  come l’unico modo per strappare il terreno  - oggetto del contendere – dalle mani del  nemico.


E, infatti, Douhet combatté soprattutto contro questo modo di pianificare e condurre i confronti armati e per ovviare alle atrocità di un conflitto come fu quello del 1914-1918. Come ebbe modo di definire Bernard Brodie, massimo esperto di strategie militari nell’era nucleare, la guerra aerea “era ai suoi occhi un modo più morale o un modo meno immorale di condurre le guerre”.



Non si illudeva, infatti, che esistesse un modo meno doloroso di combattere: ”In tempo di pace, si possono elucubrare canoni e leggi sul diritto delle genti che possono illudere momentaneamente sull’influenza della civiltà sulla guerra; di sua natura l’impiego della forza bruta non ammette limiti, restrizioni ed etichette”.


E con questa affermazione Douhet stroncava ogni  fantasticheria sull’eticità di uno strumento bellico piuttosto che di un altro.


Egli scrisse della bestialità della “ nuova guerra” – per citare termini che appaiono sovente nei suoi numerosi scritti – perché si rese conto della potenzialità delle armi  che il progresso tecnico ed industriale aveva creato per esse e non certo perché egli desiderasse il continuo confronto bellico. “La guerra a venire, per la sua stessa forma terribile e atroce, sarà così formidabile produttrice di terrore e di disorganizzazione, ed una così grande dissolvitrice della vita sociale delle nazioni in lotta che (…) produrrà rapidamente quella rottura di equilibrio che determina da un lato la vittoria e dall’altro la sconfitta”.  A rileggere queste frasi non possono che venire in mente l’Iraq e l’Afganistan.


Nel suo pensiero non vi sono né guerre auspicabili né bombardamenti indiscriminati al solo fine di spargere terrore e morte; il suo pensiero deve solo essere interpretato come una lungimirante previsione dei caratteri integrali e disumani della guerra futura. E la sua analisi era per lo più indirizzata alla difesa del territorio italiano, più che ad un’azione offensiva in contesti fuori dai nostri confini nazionali.


Infatti, proprio dall’esperienza della prima guerra mondiale era emerso quell’ home front che non sarebbe mai più scomparso dai conflitti contemporanei e che, anzi, proprio con la più moderna guerra al terrorismo sarebbe riemerso con maggiore importanza: ossia il coinvolgimento della popolazione civile che diventa un tutt’uno con le forze militari lontane, al fronte.


Douhet per primo, rispetto ai suoi predecessori, ma soprattutto ai suoi contemporanei,  comprese quanto l’arma aerea potesse rendere vulnerabile psicologicamente l’ home front e le genti coinvolte in una guerra: ecco perché, come estrema ratio per porre fine ad un conflitto lungo e sanguinoso si poteva colpire la popolazione civile nemica. Una distruzione totale proveniente dall’alto, impossibile da contenere, risultava essere molto più dissuasiva d’un massacro del proprio esercito su un fronte lontano. In questo senso, Nagasaki e Hiroshima furono un’applicazione del concetto douhetiano di guerra aerea integrale con il coinvolgimento dei civili.


Di certo hanno avuto e hanno ancora un’incidenza negli affari militari moderni,  principi douhetiani  come quello relativo all’indipendenza dell’arma aerea, ossia la convinzione che fosse necessario “svincolare” l’aviazione dalle azioni di dipendenza e supporto all’Esercito e alla Marina, un fatto non così scontato, come ha dimostrato la creazione della statunitense Usaf solo dopo il secondo conflitto mondiale e nonostante l’intensa battaglia intrapresa per quell’indipendenza dal generale William Mitchell, contemporaneo di Douhet. Per entrambi, significava indirizzare forze umane e soprattutto finanziarie verso il mezzo aereo, a scapito  delle altre branche delle forze armate, con inevitabili implicazioni economiche e industriali  di una tale scelta politica, a cui solo in seguito si vincolavano  strategie e tattiche militari. L’enunciazione dell’ indipendenza dell’azione dell’arma aerea, oggi così scontata, significò, invece, settant’anni prima della Rma, una vera e propria rivoluzione  negli affari militari, come già prima era accaduto con il potenziamento dei mezzi navali e le dottrine del dominio dei mari di Alfred Thayer  Mahan.


E qui termina il contributo reale di Douhet alla conduzione delle guerre moderne.


L’innovazione tecnologica è, infatti, la linea rossa che attraversa tutto il pensiero di Douhet; ma è anche l’elemento che fa sì che la sua teorizzazione abbia tutti i limiti di un contesto antico di circa cento anni. Rimangono valide affermazioni proprie di una filosofia  d’approccio al fenomeno “guerra” che, come altri citati più sopra, hanno un valore trasversale e permangono nel tempo.


Paradossalmente, infatti, ci sono insegnamenti di Sun Tzu, antichi di oltre 2500 anni, che hanno validità ancor oggi, come per esempio l’utilizzo di agenti segreti infiltrati fra i nemici al fine di conoscere meglio obiettivi e intenzioni dell’avversario. Ma in gran parte del suo testo, L’Arte delle guerra, non vi sono indicazioni che possano essere valide al giorno d’oggi, anche se fu proprio Sun Tzu a delineare gli aspetti della moderna guerra asimmetrica. E come Douhet, all’inizio del secolo scorso,  lo stratega cinese, molto prima di lui, individuò e delineò  solo un approccio dottrinale e  filosofico alla guerra futura.


Uno studio approfondito di tutti questi apporti teorici  dovrebbe servire non solo a colmare  lacune di conoscenza generica e a evitare ad esperti di strategia militare di fare citazioni a sproposito, quanto a scongiurare le conseguenze proprie di una malagestione delle operazioni belliche da parte di costoro, come sta dimostrando lo stallo in Libia.


Se si vuole evitare il “mission creep” delle operazioni militari in Libia, a cui si vuole ovviare con l’invio di droni - massima espressione del potere aereo quando i bombardamenti sino ad ora non hanno sortito gli effetti desiderati -  non si deve tirare in ballo Douhet, quanto, se proprio vogliamo,  Sun Tzu e  la scarsa conoscenza del campo d’azione, limite a cui, secondo lo stratega cinese, è necessario  ovviare per vincere il nemico.


La causa di quanto sta accadendo in Libia è, infatti,  a mio parere, la carenza di humint, ossia quell’ human intelligence o di rete di informazioni, che deve essere ampiamente presente ed attiva  sul luogo dei combattimenti e deve essere preparata a comunicare bene e tempestivamente, e  ad indirizzare l’azione militare risolutiva  su luoghi e obiettivi strategici. Se mancano questa conoscenza e la diffusione di informazioni esatte, inutile ricorrere ai droni o, peggio, invocare l’aiuto delle forze di terra sostenendo, pretestuosamente, che solo in questo modo si può ovviare alle carenze degli interventi di tipo douhetiano.


Se chi indirizza  i droni non ha la conoscenza vera del terreno d’azione si rischia solo il massacro di civili, come stanno ampiamente dimostrando le attività compiute con questi mezzi  in Waziristan contro le cellule terroristiche talebane. Non è un caso che chi utilizza ampiamente ed efficacemente – in termini militari, ed è meglio specificarlo per non venir accusata di cinismo –  questo tipo di attacchi è Israele quando agisce colpendo con azioni  mirate le cellule terroristiche presenti a Gaza. La perfetta conoscenza di quella realtà, territoriale e umana, permette all’Idf di intervenire e stroncare  una minaccia alla sicurezza della nazione. E nonostante la sua preparazione, anche Israele è incorsa in errori e massacri indiscriminati non previsti.


Ora conquistare il dominio dell’aria vuol dire mettersi in grado di esplicare contro il nemico azioni offensive di tale ordine di grandezza superiore a tutte quelle che la mente umana possa immaginare; vuol dire mettersi in grado di tagliare l’esercito e la flotta nemica dalle loro basi, impedendo loro non solo di combattere, ma di vivere(…) vuol dire, insomma, vincere. Rimanere battuti nell’aria, cioè ridotti nell’impossibilità di volare, vuol dire venir tagliati dal proprio esercito e dalla propria flotta, veder l’una e l’altra impossibilitata ad agire, rimanere alla completa mercè del nemico (…) vuol dire, insomma, essere vinti e costretti ad accettare quelle qualsiasi condizioni  che al nemico piaccia imporre. Questo è il valore del dominio dell’aria.”


Se i droni sulla Libia avranno soddisfatto questo principio, allora si potrà dire che è stata avviata e portata a compimento  una guerra douhetiana: dato che dubito fortemente che ciò accada, senza che siano state soddisfatte esigenze esclusive  dell’humint, allora anche questa volta si imputerà a Douhet un’incapacità che invece appartiene ai suoi detrattori e a chi forzatamente e opportunisticamente  parla di incompletezza della sua dottrina se all’azione aerea non segue quella delle forze di terra.


E proprio a coloro che imputano a Douhet  i massacri perpetrati in nome di una sua dottrina di impiego dell’arma aerea, rispondo e concludo con le sue stesse parole che dovrebbero essere un monito a chi invoca la guerra, anche per fini umanitari, e non ne prevede la sua evoluzione. “Purtroppo  la guerra è una cosa molto seria, specie nell’epoca presente. In essa si giuoca il destino di intere nazioni […] Le resistenze morali e materiali di una nazione sono immense. Immensa deve essere la somma di danni che è necessario arrecare per vincerli. Se si considera ciò, si vede che il distinguere tra danno lecito e illecito, civile ed incivile, umano e disumano, è bizantinismo puro e semplice […] Vogliamo essere uomini veramente civili? Allora aboliamo la guerra. Ma se non riusciamo a far ciò, è proprio fuori luogo confinare l’umanità, la civiltà e tante altre belle idealità nel chiuso campo della scelta dei metodi più o meno graziosi per uccidere, per devastare e per distruggere”.

 

Le citazioni di G. Douhet sono tratte da Il Dominio dell’aria, Roma 1921; Probabili aspetti della guerra futura, Roma 1928 e Guerra integrale, Roma 1929.

 

23/4/2011

Nella foto: "Gavotti lancia bombe", Collezione privata Natalucci/Rocchetti, disponibile on line
http://www.flickr.com/photos/llrrap/5330277685/

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