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La guerra in Yemen fra rivalità regionali e dottrina Obama

La guerra in Yemen fra rivalità regionali e dottrina Obama - Global Trends & Security

 

Circa tre anni fa, su questo sito, scrissi di uno Yemen che  non interessava nessuno, sebbene si stesse consumando fra una guerra civile, sanguinaria e logorante, e una guerra al terrore, supertecnologica ma invasiva, condotta dagli Stati Uniti ad  al-Qaeda nella Penisola Arabica (AQAP) che da lì opera, mettendo a rischio - a parere di Washington e che da ciò si legittima ad agire - la sicurezza nazionale americana. Allora sottolineai che scrivere dello Yemen risultava quasi una perdita di tempo, perché niente di quanto  stava accadendo in uno dei Paesi più strategici del Vicino Oriente, sembrava poi così rilevante  ai vertici politici e militari occidentali. Tutto era ricondotto superficialmente dai media e da una buona dose di analisti ad un altro faticoso tentativo di primavera araba che, però, si stava rivelando illusorio e perdente.

Sottovalutare allora ciò che stava accadendo in Yemen è stato uno degli errori più grossolani di molti colleghi analisti: che sia stata volontà, incapacità o frutto dell’attitudine sempre più diffusa a illustrare solo gli avvenimenti che interessano i media, sta di fatto che ora e per tutti è arrivato il momento di confrontarsi seriamente con l’affare Yemen, altrimenti non si è credibili.

Ciò che sta avvenendo nello Yemen è una guerra in apparenza solo civile e interna, capeggiata dai dissidenti Houti (sciiti zaiditi)[1] contro la corruzione  e la svendita del Paese agli interessi stranieri da parte del suo governo centrale (sunnita), e camuffata da scontro religioso  fra le due anime dell’Islam, appunto sciiti e sunniti, nell’ormai semplicistico e abusato  approccio a tutte le crisi o i conflitti che imperversano dal Nord Africa al Centro Asia.

E’ innegabile che questa dicotomia  abbia un ruolo; ma non è prioritaria ed  è necessario andare oltre. 

Ciò che avviene è anche lo scontro fra una concezione tribale ed una unitaria di nazione yemenita fra le diverse élite e tribù che si contendono il potere in uno Stato che gli schemi analitici occidentali definirebbero “fallito”. A ciò si aggiunge l’ampia ed ingombrante presenza dell’AQAP, decisa a controllare una buona porzione di territorio, quello orientale, del Paese.  

Ma l’affare Yemen va ancora oltre tutto ciò.

In Yemen, di fatto, si sta giocando pesantemente una partita geopolitica fra le più critiche degli ultimi anni: la rilevanza economica è limitatissima, dato che il Paese non possiede riserve petrolifere così importanti su cui mettere mano e l’unica variabile ragguardevole in tal senso è quella del traffico commerciale internazionale, ossia il passaggio dei convogli marittimi nelle acque antistanti le sue coste, nello stretto di Bab el-Mandeb, un choke point fra i più strategici delle rotte commerciali. Il peso strategico dell’ “obiettivo Yemen”, quindi, ossia ciò su cui si sta combattendo con brutalità da anni, è dato solo ed esclusivamente dal  controllo di quella  sua posizione geografica.

Per raggiungere e garantirsi questo obiettivo, la crisi yemenita è riuscita là dove altri conflitti nella regione hanno fallito. Non è azzardato, infatti, paragonare la criticità della guerra yemenita a quella siriana, dove potenze regionali come Arabia Saudita (e paesi arabi musulmani moderati dell’area del Golfo) e Iran (in pieno sostegno delle comunità sciite, da quella siriana a quella irachena, bahreinita e appunto yemenita) si confrontano in questa proxy war appoggiando attori locali e rischiando l’allargamento del conflitto ad altri Paesi - come è accaduto con l’ Iraq e potrebbe accadere presto in Libano - o  derive militari estreme, come il rafforzamento di Da’ish-Isis, oppure inusuali, come la istituzione di milizie sciite in territorio iracheno, con gli inevitabili interrogativi circa il loro impiego futuro. 

La guerra civile in Yemen, tuttavia, è riuscita a ottenere  molto di più di quella siriana e irachena, ossia l’accordo fra 10 Paesi arabi musulmani sunniti, con l’appoggio dell’Autorità Palestinese, a intervenire militarmente per contrastare la presa di potere degli sciiti Houti  a scapito del governo centrale legittimo sunnita moderato.  

Gli Houti del giovane e carismatico Abdel Malek al-Houti, in appoggio all’ex presidente Abi Abdullah Saleh,  controllavano già da tempo settori critici dell’amministrazione centrale yemenita; ma da gennaio erano riusciti a prendere il controllo totale della capitale Sana’a e a insediarvisi, in quello che è stato definito un vero e proprio colpo di Stato, e obbligare il Presidente Abedrabbo Mansour Hadi  a rifugiarsi ad Aden verso cui, negli ultimi giorni, stanno avanzando, imponendogli un’ulteriore fuga via mare.

Questa minaccia di un allargamento e un controllo del potere da parte della frangia sciita, il cui braccio armato Ansarollah,  dal 2009-2010, ossia dall’ ultima di una lunga serie di guerre fra Yemen e Arabia Saudita,  gode dell’appoggio dell’Iran tramite consiglieri hezbollah e forniture d’armi (secondo fonti di intelligence militare israeliana, giunte attraverso navi [2] e addirittura con i numerosi voli di linea civili che collegano ancora settimanalmente Teheran e Sana’a), non poteva non allarmare le case regnanti sunnite del Golfo e buona dose di chi teme l’ampliarsi, in quella parte del territorio arabico, di un modello politico, religioso e militare sciita filoiraniano, come appunto hezbollah.

Di ciò si era già avuto chiaro sentore nel novembre scorso quando, in occasione dei festeggiamenti della Ashura (giorno dell’espiazione) fino ad allora celebrata in Yemen con toni pacati, attraverso le accorate acclamazioni dei capi religiosi aveva invece assunto quelli accesi di una vera e propria sfida politica. A molti venne in mente ciò che era già successo  a metà degli anni ’80 quando gli sciiti dei sobborghi di Beirut, fuggendo avevano trovato asilo a sud del Libano e gli hezbollah avevano iniziato a sfruttare le celebrazioni dell’Ashura come una esperienza sociale e politica plasmante un nuovo senso di appartenenza, di status, di forza e di ambizione proprie dell’intera comunità sciita repressa.

A poco o nulla, quindi,  sembra sia servito il finanziamento di facoltosi privati sunniti per armare al-Islah, la branca yemenita dei Fratelli Musulmani, per contrastare l’avanzata degli Houti, dello sciismo e dell’influenza iraniana nel Paese.  Insomma, il timore è  che lo Yemen possa diventare un hub di influenza iraniana ed estendersi dalla Penisola Arabica all’Africa orientale verso cui propende il suo territorio. 

Le implicazioni  di tutto ciò sarebbero notevoli e riguarderebbero non solo lo scontro tradizionale fra le due anime dell’islamismo, quanto il fatto che in questa partita  di dominio regionale,  elementi destabilizzanti quali il terrorismo di matrice mediorientale e quello africano potrebbero trovare ulteriore terreno fertile nell’ instabilità  che si verrebbe a creare nell’area.

La perdita, infatti, da parte dei Paesi sunniti a favore di uno Yemen (o parte di esso) filoiraniano del controllo  dello stretto di Bab el-Mandeb, inteso come porta di accesso al Mar Rosso e al Mediterraneo, potrebbe rivelarsi foriera di ulteriori tensioni, con relative conseguenze circa la sicurezza del passaggio delle proprie petroliere, così come per possibili implicazioni militari. A questi timori dei Paesi del Golfo si sommano, infatti, quelli di Israele, in particolare per la possibilità alle navi militari iraniane di accedere alle acque israeliane  del Mar Rosso e a quelle, appunto, antistanti le sue coste sul Mediterraneo. Il timore ebraico risiede soprattutto nell’apertura di una ulteriore via di accesso ad armi e uomini alle forze sia di Hezbollah che di Hamas, con il conseguente rafforzamento dell’accerchiamento di Israele, nazione che le posizioni militari più estreme iraniane non intendono riconoscere ma abbattere definitivamente.

L’attenzione internazionale sullo Yemen si è risvegliata, tuttavia, solo ultimamente, ossia il 20 marzo scorso nel momento in cui 4 shahid, i martiri-kamikaze,  provocavano 150 vittime fra gli sciiti in preghiera nelle moschee di Sana’a. La rivendicazione della responsabilità di quegli atti da parte di Da’ish-Isis, parallelamente a quella fatta  da AQAP, oltre a confermare quanto sia appetibile essere protagonisti nell’instabilità yemenita,  dava ulteriore supporto alla tesi di coloro, in particolare l’Iran,  che ormai da tempo individuano una conveniente convergenza di interessi di soggetti legati alle case regnanti sunnite con quelli dei movimenti eversivi terroristici più estremi della regione, in cui spicca appunto Da’ish-Isis e al-Qaeda.

Ma se ciò rappresenta il lato più oscuro, controverso e smentito dai diretti interessati, della deriva eversiva che sta insanguinando il Vicino Oriente, l’azione politica e diplomatica più visibile si concretizzava a fine marzo, a Sharm el-Sheikh quando, nel corso del vertice della Lega Araba, il Consiglio di Cooperazione dei Paesi del Golfo (CCG), oltre a Egitto, Giordania, Marocco, Sudan e Pakistan   decidevano per l’intervento armato in Yemen, con l’Arabia Saudita come capofila, a cui sarebbero seguiti l’ assenso e il supporto degli Stati Uniti a sostegno del governo legittimo di Sana’a e in nome della guerra ad al-Qaeda e Da’ish-Isis, e per rispondere alla richiesta di aiuto internazionale mossa appunto dai rappresentanti politici legittimi yemeniti.

Il 26 marzo  iniziava, quindi, l’offensiva aerea saudita  chiamata Operation Decisive Storm contro le postazioni Houti, con l’ammassamento di 150 mila uomini lungo i confini fra i due Paesi. L’azione era stata decisa dopo che miliziani Houti avevano lanciato un razzo verso la capitale saudita, mancandola di una cinquantina di chilometri. Un’ aperta dichiarazione di guerra, quindi, che necessitava di risposta immediata.

Il 4 aprile, poi, un portavoce militare saudita confermava la presenza di corpi speciali dell’Esercito e della Marina sauditi sul territorio yemenita nel “supportare  armi e  le comunicazioni” alle forze fedeli al presidente Hadi, così come di “coordinamento e guida” per azioni di attacco ai ribelli, seppur non veniva specificata l’area operativa. Il 6 aprile il Pakistan dichiarava ufficialmente che l’Arabia Saudita aveva chiesto navi, aerei e uomini per operazioni nello Yemen. A queste si aggiungevano unità inviate da Pechino per l'evacuazione di propri concittadini, ma anche per impedire forniture d'armi via mare ai ribelli e garantire, così, come già in occasione della minaccia piratesca dall'Oceano Indiano al Golfo di Aden, anche la sicurezza delle proprie rotte commerciali.

Venivano, inoltre, confermati combattimenti nell’isola di Myun, nello stretto di Bab el-Mandeb, in mano ad unità Houti che, disponendo di missili, avrebbero potuto mettere in serio pericolo il traffico marittimo commerciale. L’offensiva aerea saudita, tuttavia, proprio per l’elevato numero di vittime civili sembrava sortire effetti contrari, ossia una maggior coesione della popolazione yemenita verso gli Houti stessi. Una situazione, dunque, molto critica  destinata a durare a lungo e dai risvolti imprevedibili.

Fra questi, meno noti perché celati alla stampa oppure per alcuni solo perché supposti, vi sarebbero stati anche raids aerei congiunti sauditi e israeliani su postazioni Houti. Innegabile, infatti, il timore di Tel Aviv circa l’aumento dell’influenza iraniana nel complesso  di un nuovo scacchiere regionale in itinere, in particolare dopo la recente firma di una bozza di accordo sul nucleare a Losanna fra Iran e 6  potenze mondiali.

Ecco perché lo Yemen va ben oltre qualsiasi scontro interno all’Islam fra sciiti e sunniti e persino oltre a quelle che sono le aspettative delle stesse forze in campo, siano essi Houti o forze regolari yemenite, entrambi a loro volta oggetto di attacchi del terrorismo salafita insurrezionale, sempre indirizzato ad allargare i confini del suo Califfato. Se poi venisse confermata nei fatti la notizia trapelata da fonti arabe circa la dichiarazione del capo di al Qaeda, al Zawahiri, di sciogliere la “base” e lasciare affluire i suoi combattenti verso Da’ish-Isis, si verrebbe a creare  in quella parte di Yemen controllata da al-Qaeda, un’area di transito, rifugio e addestramento per quella che ormai si può definire “l’internazionale del terrore”, fatta da combattenti jihadisti di entrambe le sigle. 

Se questa ipotesi non ha ancora contorni chiari e ben definiti, tuttavia, è innegabile che sullo Yemen stiano convergendo tutte quelle tensioni che non hanno trovato sino ad ora soluzione concreta e pacifica nel resto della regione. La guerra in Yemen rappresenta, infatti, il perfetto terreno di scontro dove non sono in gioco preziose riserve di idrocarburi ma il ruolo di potenza di nazioni in grado di influenzare drasticamente i destini di una vasta regione, dal Nord Africa al Centro Asia, come dimostrato dalla partecipazione attiva di Pakistan e Marocco all’accordo di Sharm el-Sheikh. 

Lo Yemen, infatti, sarebbe solo il punto di arrivo di un ampio circuito  tra l’Iran stesso, le comunità sciite dall’Asia centrale sino a quelle strategiche, c.d. “di controllo”,  e posizionate nei Paesi  del Golfo, ossia Bahrein (75% della popolazione è sciita), Kuwait (35%) e il Qatar (25%). Ecco del perché dei timori di gran parte del  Vicino Oriente circa il risultato di Losanna e il contemporaneo aumento della conflittualità in Yemen.

Come da sempre in quella regione, nulla di quanto accade è assolutamente indipendente da ciò che riguarda i propri vicini e la constatazione di un rientro e di un maggior ruolo  dell’Iran e della sua influenza sulla scena internazionale preoccupa i protagonisti regionali più ancora della presenza violenta e  destabilizzante di Da’ish-Isis.

L’esultanza del ministro degli esteri iraniano Jafar Zarif e del presidente Rohani alla firma del pre-accordo di Losanna, non ha trovato solo il disappunto israeliano quanto, sebbene poco o per nulla evidenziato dai media occidentali, dell’intero mondo sunnita soprattutto moderato, ossia di coloro che temono ora l’esacerbarsi dei toni del confronto e il rischio che l’intera regione venga ulteriormente stravolta dagli  estremismi sia sunniti che sciiti, alimentati dagli aneliti dei falchi del mondo politico iraniano e  israeliano.

Perché -  è stato evidenziato -  tanto entusiasmo iraniano su un accordo che pone  limiti ad un suo programma dal vasto coinvolgimento politico, economico e finanziario oltreché di immagine dell’Iran come potenza regionale,  e che fino ad ora è stato per Teheran un’ arma di pressione efficace da utilizzare nei delicati rapporti anche mondiali, se non vi fossero concessioni ben più importanti? 

Non si tratta di rammaricarsi di un accordo su un tema così delicato, quanto della constatazione che all’Iran è stato riconosciuto di rientrare a far parte a pieno titolo del futuro della regione, illudendosi che la gioia espressa dagli esponenti politici iraniani fosse per la garanzia, in cambio di una “buona condotta”, della fine di sanzioni ed embarghi e per la conseguente possibilità  di produrre energia nucleare a fini civili.

Secondo i più preparati e strenui oppositori di quell’accordo, si tratterebbe di puro inganno, in quanto non si spiega perché  l’Iran, fra le maggiori potenze energetiche al mondo, necessiti di energia nucleare a fini civili, così come sono ormai ben noti i legami economici e commerciali con gran parte dell’Asia e dell’Estremo Oriente, in particolare la Cina, per ovviare ai limiti imposti da sanzioni e embarghi dell’Occidente. 

La preoccupazione circa un possibile via libera, seppur controllato, di centrali nucleari civili, secondo alcuni commentatori arabi moderati, risiederebbe nella possibilità per l’Iran di costruire impianti in Paesi da esso controllati, come l’Iraq, appunto (la messa in funzione della centrale di Heidarjeh, vicino a Kerbala o quella di Sadr City, fra l’altro sviluppata con tecnologie e capitali cinesi), o in Yemen, con il quale ha già un contratto per la costruzione di una centrale elettrica di 200 megawatt.

Ecco perché ricondurre sempre e soltanto a obiettivi e riferimenti economici è una malaconsuetudine dell’Occidente che non riesce a staccarsi da parametri propri di una gestione della politica internazionale euroatlantica tipica del  secolo scorso  ma che, in quella regione, ha già mostrato i suoi limiti (come, in ultimo, in Iraq e Siria),  per cui vecchia, perdente e ampiamente superata.

Un rientro in grande stile, quindi, dell’ Iran fra le potenze  mondiali, ma soprattutto con il beneplacito degli Stati Uniti, il nemico storico di Teheran dalla rivoluzione di fine anni ’70: ed è proprio su quanto promesso da Washington per giungere a quella bozza di accordi  e sul  ruolo statunitense nel gestire il complesso scenario di crisi mediorientale che si addensano le ombre più cupe e i timori più che fondati di molti altri protagonisti regionali.

Certamente gli accordi di Losanna sono stati un perfetto esercizio di diplomazia multipolare, forse il primo e dal risultato più spettacolare nella nuova era delle relazioni internazionali del nuovo millennio. Tuttavia, la storia mediorientale è colma di accordi e road map inverosimili, studiati e imposti dall’esterno  e, pertanto, fallimentari. Non tutto ciò che è avvenuto nella lunga ed estenuante maratona diplomatica per il nucleare è stato detto e rivelato: e concessioni e accordi segreti fanno parte del gioco diplomatico mediorientale da sempre. 

Ciò che, quindi, si teme maggiormente è quanto sia stato concesso dagli Stati Uniti a un Iran che è diventato, nel contempo, partner strategico nella guerra contro Da’ish-Isis in Iraq - e da cui dipende la soluzione del sempre più complesso scenario siriano - ma anche Paese, secondo gli Stati Uniti, la cui influenza nella regione deve essere assolutamente limitata, come nel caso dello Yemen. 

Non da meno, infatti, il supporto statunitense alla coalizione araba sunnita in Yemen  e proprio contro le fazioni sostenute dall’Iran - e al momento della firma dell’accordo già apertamente dichiarato - evidenzia una duplicità di comportamento da parte di Washington che non solo non gli appartiene storicamente, ma soprattutto confonde ulteriormente e non rassicura affatto chi ha riserve su un Obama come è apparso sino ad ora, dal post-rivolte arabe alla guerra siriana, ossia  indeciso e inconcludente, se non addirittura contraddittorio o dannoso nelle sue alleanze. 

Troppe volte ormai vengono ricordati i suoi tentennamenti e  incongruenze:  dal permettere la degenerazione della situazione in Libia dopo la caduta di Gheddafi, alla pressione  per la fine di Mubarak, consegnando di fatto il Paese ai Fratelli Musulmani sostenuti  proprio da Washington tanto da indirizzare ora l’Egitto di al-Sisi verso Mosca, sino all’affare delle armi chimiche di Assad e il mancato attacco una volta scoperte le responsabilità dei massacri dei civili siriani (criticità risolta dalle pressioni russe su Damasco affinché consegnasse quelle armi) oppure, a fine agosto 2014 una volta deciso di intervenire con raid aerei contro il Da’ish-Isis in Iraq, iniziare  l’offensiva senza dare un nome all’operazione - per la prima volta da parte del Pentagono dopo l’affare di Panama del 1989 -  e solo più tardi chiamarla superbamente Inherent Resolve,  una definizione che si è rivelata più un desiderio che un risultato concreto.

Questi almeno  sono gli argomenti di chi, in ambito mediorientale, arabo, turco  ed ebraico, esprime riserve su quanto avvenuto a Losanna, sulla mediazione dell’amministrazione Obama e soprattutto sulla sua opportunità e  convenienza in questo delicato frangente.

Insomma, oltre all’inaffidabilità di Teheran, costoro temono la debolezza caratteriale ma anche gestionale del Presidente statunitense che, sebbene coerente con quanto promesso a suo tempo all’elettorato americano, tuttavia, non ha mostrato un temperamento in grado di gestire questa fase di criticità estrema a cui è giunto uno degli scenari  fra i più complessi al mondo.

Ed è proprio la natura critica di questa crisi  - intesa nell’eccezione derivante dal greco krisis, ossia come “mutazione” e  “passaggio”, in questo caso, dall’unipolarismo passato proprio statunitense al  multilateralismo futuro nelle relazioni mondiali che, per alcuni osservatori,  sta facendo emergere le gravi  carenze di leadership della potenza americana: lo avrebbero dimostrato i fallimenti nella gestione regionale del dopo rivolte arabe, la degenerazione di quelle crisi in guerre civili sino a conflitti ed emergenze umanitarie senza più confini, così come nell’allargamento e nel radicamento  della minaccia terroristica, ossia proprio di quella long war su cui l’amministrazione Obama ha concentrato maggiormente i suoi sforzi di intervento  militare, fra intelligence,  droni  e forze speciali. All’indomani degli attacchi alle moschee di Sana’a molti critici  evidenziarono come solo pochi mesi prima lo stesso Obama avesse solennemente dichiarato che lo Yemen fosse un esempio della strategia vittoriosa contro il terrorismo internazionale.

Difficile, per costoro, credere che con l’accordo di Losanna l’amministrazione americana abbia ritrovato una credibilità derivante da una capacità gestionale con le caratteristiche della genialità diplomatica che, invece, con soggetti come Henry Kissinger era appartenuta alla storia delle relazioni internazionali degli Stati Uniti.

Al contrario, altri osservatori affermano che Obama stia agendo in piena coerenza con il suo programma elettorale del 2008 (porre fine alle “stupide guerre di G.W. Bush”) e che concretizza la sua dottrina secondo un progetto innovativo di più ampio respiro.

Ciò avviene, secondo costoro, adeguando gli interventi degli Stati Uniti  agli scenari di  crisi, attraverso veri e propri passaggi di ruoli, repentini ed inimmaginabili, da parte dell’amministrazione di Washington,  ossia talvolta delegando alle potenze regionali di turno le principali decisioni in merito all’intervenire o meno in certe aree (come la Lega Araba in Yemen, appunto)  oppure, al contrario, sostenendo militarmente i propri nemici storici come l’Iran nel contrastare minacce comuni come il Da’ish-Isis in Iraq e Siria,  sino a giocare come grande mediatore per un accordo come sul nucleare, garantendo di fatto il rientro dell’Iran come protagonista delle relazioni regionali e internazionali,  ma sottolineando parallelamente l’indiscutibilità della sicurezza militare per Israele, in una sorta di mantello garantista e protettivo tutto statunitense a uno dei temi più complessi, pericolosi e perniciosi la sicurezza non solo dell’area mediorientale.

Ed è proprio sulle garanzie che si concentrano le maggiori critiche all’operato dell’amministrazione Obama fino ad ora incerto e contraddittorio, per cui non affidabile. Difficile, tuttavia, formulare giudizi, sebbene non si possa non concordare con commenti, come quello di Daniel Pipes, secondo cui la dottrina Obama, alla luce del suo operato nel Vicino Oriente, è simple and universal: warm relations with adversaries and cool them with friends, e ciò per compensare moralmente per i suoi precedenti errori. 

Tuttavia, è altresì necessario prendere coscienza del grande mutamento in atto nelle relazioni mondiali, nei caratteri stessi, sempre più discontinui delle guerre in corso e dei loro protagonisti, convenzionali e non, come dimostrato dalle guerre libiche, siriana, irachena e ora yemenita.

Se è vero, come affermava von Clausewitz, che “in guerra l’unica certezza è l’incertezza” non possiamo pretendere che in questa lunga e complessa fase di crisi, intesa come passaggio sanguinario e violento delle relazioni mondiali e contrassegnata da innumerevoli conflitti, vi siano certezze esclusive proprie del passato, come la superiorità dei numeri nei bilanci militari – come sostenuto da Obama - o l’efficacia di sanzioni economiche – come preteso dall’Unione Europea -,   soprattutto se queste provengono da un mondo occidentale incapace ad affrontare unitariamente e coerentemente le grandi sfide imposte dal nuovo corso della geopolitica globale a causa di  una sua condizionata, scarsa ed inadeguata  conoscenza degli scenari attuali e i loro relativi attori. 
 


  

 

[1] Rappresentano il 5% della popolazione di 25 milioni di abitanti, mentre il 70%  è dato da sunniti sciafeiti.

[2] Si parla di una eterogenea fornitura fra missili balistici, pezzi di artiglieria leggera e anticarro,  armi leggere e supporto alle comunicazioni.
 
7/4/2015 
 
 

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Germana Tappero Merlo©Copyright 2015 Global Trends & Security. All rights reserved.