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La penisola Arabica, fra rivolte oscurate e i timori di nuovi conflitti

La penisola Arabica, fra rivolte oscurate e i timori di nuovi conflitti - Global Trends & Security
Si potrebbero passare ore e ore a leggere documenti, più o meno ufficiali, oppure a interrogare le proprie fonti, più o meno vicine, oppure ancora a confrontarsi con altri colleghi, più o meno esperti: la sostanza non cambierebbe per nulla. Risulta difficile, infatti, accettare quanto sta accadendo nella Penisola Arabica e nella sua estensione territoriale che coinvolge, quindi, anche la Siria e l’Iraq.
L’area, si sa, è fra le più controverse al mondo; ma la sua conoscenza è fra le più stereotipate. La penisola arabica, infatti,  è persino banale nella sua componente geologica (pianura, per lo più desertica), politica (regni o emirati, per lo più clan famigliari), ed economica (ricchissimi proventi dal petrolio), a cui corrisponde una realtà sociale che, per noi occidentali, è ancora più ordinaria, ossia grande ricchezza ben distribuita fra i vari strati della popolazione, tutta unita nel credo religioso musulmano, nella sua espressione ortodossa, quella wahabita, dall’apparenza fra le meno radicali e, per quel che ci riguarda come occidentali, le meno pericolose dell’intero Islam.
Inoltre, si sa, la penisola arabica, in particolare gli emirati che si affacciano sul Golfo Persico, nell’ultimo decennio, sono stati testimoni di una crescita economica fra le più imponenti, grazie ai grandi proventi dell’aumentato prezzo del petrolio, così come delle bolle speculative immobiliari; la ricchezza accumulata grazie al greggio è stata così eccezionale da permettere a costoro di passare pressoché immuni dalla crisi finanziaria del 2008 e dei mesi seguenti. Inoltre, da alcuni anni, quella penisola è anche il centro nevralgico della finanza islamica che, gradatamente, sta acquisendo maggior spazio nella gestione del credito di numerosi paesi musulmani.
Questo almeno è ciò che appare e si sa di quella parte di mondo, per via della superficialità che caratterizza l’approccio dell’Occidente che proietta nell’altro, soprattutto se lontano geograficamente e  diverso per cultura, quelli che sono i suoi desideri, in questo caso un grande benessere dovuto all’enorme disponibilità di un bene fondamentale per lo sviluppo e la ricchezza economica, ossia il  petrolio.
La realtà, tuttavia, è decisamente meno rosea, se non addirittura drammatica: alla ricchezza finanziaria e allo sfarzo di città come Dubai o Abu Dhabi, non corrisponde certamente un’altrettanta situazione favorevole, né in campo sociale e nemmeno economico, per gran parte di una popolazione composta per lo più da manodopera straniera, sfruttata, malpagata e segregata per via di leggi e imposizioni locali molto restrittive per la libertà individuale; così come la ricchezza finanziaria, per lo più portata da grandi aziende straniere poco controllate dai vari governi locali, passa agevolmente nelle mani dei grandi gruppi criminali che fanno di molti degli emirati di quell’area vere e proprie aree di lavaggio di denaro sporco.
Tuttavia, sebbene quella ricchezza abbia la sua notevole importanza (l’insieme del Pil dei Paesi della penisola arabica, uniti nel Consiglio di Cooperazione del Golfo, è secondo solo a quello di tutti gli Stati dell’Unione Europea), non è l’aspetto economico e finanziario quello che più interessa nell’evoluzione attuale di quella realtà politica regionale. Le rivolte che hanno scosso e stanno scuotendo Yemen e Bahrein, o le città di Qatif, al-Ahsa e di Awwamiya, nella parte orientale dell’ Arabia Saudita, con quella che viene definita l’ intifada della dignità, è certamente un qualcosa che va oltre la rivendicazione di una più equa distribuzione di quelle ricchezze nazionali.
Dopo il primo conflitto del Golfo del 1991, in Medio Oriente, anche a seguito della fine della guerra fredda, sono mutati così tanti attori e sono intervenute numerose variabili, politiche e sociali, da distogliere in parte l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale dalla decennale vicenda israelo-palestinese per concentrarsi, soprattutto nell’ultimo decennio, su  tutto ciò che ha caratterizzato la storia della guerra al terrorismo dopo l’11 settembre, dalla guerra in Iraq, la caduta di Saddam Hussein, e la lotta ad al Qaeda, passando dai rapporti fra la famiglia dei Saud e quella di Osama bin Laden, e gli esponenti dei maggiori interessi petroliferi statunitensi, fra i quali quelli della famiglia Bush, con la penosa consapevolezza che 15 dei 19 dirottatori erano cittadini sauditi.
Tutto ciò sarebbe dipeso, fra gli altri elementi, anche dalla prolungata presenza e dallo stazionamento delle truppe statunitensi in Arabia Saudita, appunto dal 1991, poco graditi agli esponenti islamici più radicali, che mal tolleravano la duplicità del comportamento del regno dei Saud così filo statunitense e, quindi, decisamente a favore di Israele e, nello stesso tempo, custodi dei luoghi sacri all’Islam. I due elementi si sarebbero ben presto fusi tanto da urtare gli elementi più ortodossi e radicali e farli urlare al tradimento dell’unità araba e dei precetti fondamentali  musulmani; questa convinzione, secondo alcune interpretazioni, avrebbe dato il via alle forme di aggregazione come al Qaeda, in tutte le sue manifestazioni locali e regionali. Sebbene non sia l’unica spiegazione a vent’anni di guerre e terrorismo, certamente la duplicità del comportamento dei Saud è stato un elemento catalizzatore di tanti tragici avvenimenti.
Insomma, in questi vent’anni è emerso un ruolo strategico dell’Arabia Saudita per la sicurezza mondiale, con un suo protagonismo torbido mai chiaramente definito e compreso, anche per via delle complesse interrelazioni personali all’interno della casa regnante e con le potenze mondiali, in particolare gli Stati Uniti, in cui il greggio aveva un ruolo secondario, essendo in gioco elementi cruciali, come l’unità araba o il panarabismo e quanto poteva rappresentare come minaccia per Israele; a ciò si affiancava, e occorre sottolinearlo, anche la decennale e mai risolta guerra in Afghanistan, dato il ruolo dei Saud nel sostenere, con uomini e denaro, i mujaheddin, dapprima contro l’invasione sovietica e per contrastare gli effetti della rivoluzione sciita khomeinista,  ma in seguito anche nella loro espansione nel Centro Asia per annettere le ex repubbliche sovietiche nell’area di influenza arabica sunnita.
Si trattò, infatti, di una vasta e pericolosa operazione di proselitismo wahabita, decisa segretamente da Riyadh  con gli Stati Uniti con cui il regno dei Saud aveva trovato un alleato potente in uno degli scacchieri più delicati per la sicurezza mondiale. Con la stessa logica di contenimento dell’Iran, della sua rivoluzione e dell’influenza sciita, l’Arabia Saudita appoggiava anche Saddam Hussein nella guerra che sarebbe durata otto anni, per poi rischiare, qualche anno dopo, l’ingerenza del rais iracheno con la messa in pericolo del greggio kuwaitiano, decidendo così di appoggiare gli Stati Uniti nell’operazione Desert Storm. Un caleidoscopico valzer di alleanze di difficile comprensione, dopo la fine della semplice contrapposizione binaria fra potenze, tipica della guerra fredda.
Le rivolte arabe dell’ultimo anno hanno ulteriormente cambiato questo approccio, anche se il maggior protagonista è ancora e sempre il regno dei Saud. Per quanto in crisi per corruzione e malgoverno e a forte rischio di perdita di leadership nel mondo arabo, musulmano e soprattutto nella regione arabica, o forse proprio per questi motivi, l’Arabia Saudita si è mossa nell’ultimo anno in maniera agguerrita per difendersi dal protagonismo di altri attori, come il Qatar, e dall’ingerenza, a suo avviso e ancora una volta, dell’Iran.
Riyadh ha dato il suo appoggio alla rivolta popolare in Yemen, quando nel 2009 era intervenuta in soccorso del governo centrale yemenita contro i ribelli sciiti Huthi, del nord di quel paese. Nel febbraio-marzo del 2011, però, non ha esitato a inviare proprie truppe in Bahrein, sotto le insegne del Consiglio del Golfo (GCC) e, a suo parere, autorizzata dal Peninsula Shield, tanto da soffocare nel sangue la rivolta contro il sovrano Hamad al Khalifa, suo alleato, e annettere, de facto, quell’arcipelago al regno saudita. Tre settimane di repressione hanno permesso alle forze saudite, con l’appoggio di quelle di polizia degli Emirati Arabi, di procedere con illeciti e violazioni dei diritti umani che hanno lacerato il piccolo arcipelago e soprattutto la sua componente sociale maggioritaria, ossia quella sciita.
Poco è importato se giuridicamente Riyadh non era autorizzata, in quanto l’accordo Peninsula Shield fra i paesi del Golfo prevede che si intervenga con forze del GCC solo a difesa di uno dei propri membri se attaccato da forze esterne. Un’invasione e  un’occupazione non autorizzate da alcun patto, ma formalmente autorizzate dal sovrano del Bahrein e pressoché ignorate dalla stampa mondiale.
E poco importa se quell’azione di repressione è partita all’indomani degli incontri fra esponenti delle case regnanti del Bahrein e dell’Arabia Saudita, e l’allora segretario alla difesa statunitense Robert Gates e sir Peter Ricketss, inviato speciale del governo inglese, in cambio dell’accettazione da parte della Lega Araba per una no-fly zone sulla Libia che è stato l’elemento chiave della risoluzione 1973 delle Nazioni Unite per l’intervento militare a favore della popolazione libica. E nulla è trapelato, almeno sino ad ora, dalle fonti ufficiali, su quanto denunciato da tempo da giornalisti free lance circa l’uso, da parte delle forze saudite in Bahrein,  di gas nervini (che, per chi non ne fosse a conoscenza, rientrano nella categoria di armi chimiche proibite dal diritto internazionale); ciò sarebbe avvenuto  non solo nella repressione della rivolta popolare in quell’arcipelago, ma anche in Yemen e, ancor prima, in Egitto.
La primavera araba è stata ed è, infatti, la testimonianza più tangibile dell’ipocrisia che governa le relazioni internazionali e di quanto poco interessino le rivendicazioni per maggiori libertà e per la democrazia quando, a essere coinvolti, sono interessi economici e strategici come quelli da sempre presenti nella Penisola arabica.
E tutto ciò avvalorato dal comportamento superficiale e criminale dei maggiori organi di stampa ufficiali, tra cui la nota al Jazeera.
L’obiettivo dell’Arabia Saudita e di paesi come l’Oman o il Qatar, era e rimane il mantenimento dello status quo: le rivolte, in Bahrein così come nell’ area sciita saudita erano e sono, a loro avviso, incitate dai servizi di sicurezza iraniani e dovevano e devono essere fermate.
Era necessario e urgente “riportare ordine e stabilità”. Nulla doveva e deve scuotere quell’ordine voluto e gestito dalle famiglie e dalle case regnanti: lo stesso appoggio saudita ad Assad, ad inizio della rivolta siriana, era dettato dai timori dei processi di democratizzazione, qualsiasi fosse l’identità nazionale o confessionale dei rivoltosi. Poi è sopraggiunto, ancora una volta,  il naturale desiderio saudita di allontanare l’Iran dalla regione: ma questa smania ha un senso e una ragione politica, meno il massacro indiscriminato della propria popolazioni sciita della città di Awwamiya.  Così come non trova una ragione ospitare a Riyadh lo sceicco di origini siriane Adna al Arour che incita i suoi compatrioti che combattono nelle zone più periferiche della Siria,  alla lotta contro i sostenitori di Assad, anche a costo di “fare a pezzi, a tritare e a dare in pasto ai cani” chi, come  i cristiani, appoggiano il regime alawita, dando quindi alla rivolta  una connotazione più di guerra fra sette religiose e fra religioni, che per la libertà del suo popolo.

Sempre Riyadh ha ospitato lo yemenita Saleh in fuga dalle rivolte che stavano devastando il suo paese, come a suo tempo il tunisino Ben Ali; e sempre nella capitale saudita è stato firmato l’accordo sul passaggio di poteri in Yemen e una tregua fra Saleh e i rivoltosi, ma non con quei gruppi politici e tribali, come i Zaiditi raggruppati intorno agli sciiti Huthi, o i secessionisti del sud che ancora combattono contro Saleh.
Ancora una volta il regno dei Saud soffia sul fuoco della destabilizzazione regionale, forse per il fatto di sentirsi sotto assedio, accerchiato com’è da rivolte e guerre civili.
Per questi motivi, il ruolo da paciere regionale del regno saudita non è credibile: con una mano tenta la riconciliazione e con l’altra appoggia i più ferventi sostenitori dell’instabilità regionale o annega nel sangue le richieste della sua gente   per maggiori libertà civili e per un miglior governo. Tutto ciò alimentato dal timore profondo per la possibile influenza iraniana su quella componente sciita, considerata da sempre dai regnanti sauditi, come “peggio degli Ebrei e dei Cristiani”, “infedeli”, “politeisti”, “traditori” e “agenti degli ebrei”.
Tuttavia, non bisogna cadere nella trappola dell’esclusiva contrapposizione fra sunniti e sciiti: tutto ciò è un paravento decisamente fuorviante dei veri timori dei paesi del Golfo, capeggiati da Arabia Saudita e Qatar. Con governi più democratici, sciiti e sunniti, così come  altre componenti religiose,  potrebbero trovare maggior interazione, comprensione, tolleranza e condurre una pacifica convivenza che è stata l’elemento costante della storia di quella regione per decenni, ad eccezione, appunto, di quando è servita per l’avvio di guerre, come in Libano o fra Iran e Iraq.
A quanto pare, la democratizzazione di quella penisola è da evitare, perché mette in serio pericolo strutture di governo elitarie, potenti, esclusive e collaudate, arroccate su privilegi che possono contare di potenti alleanze straniere. Ecco che allora si insinua il dubbio che tutto ciò che sta avvenendo, dalle vicende irachene a quelle siriane, passando dal Bahrein e Yemen, è che sia in atto un progetto molto pericoloso, ossia la  “balcanizzazione” della regione, con l’esaltazione di divisioni sia religiose che etniche, che per ora vede sunniti e sciiti, ma può ampliarsi al confronto fra musulmani e copti, oppure fra arabi e berberi, o ancora fra arabi e curdi, e  via di seguito con quant’altro è presente nella regione.
E qui entra in gioco la politica internazionale con i suoi massimi interpreti e la forte posta in gioco, che non è solo il petrolio. Si tratta, infatti, di tutti quei soggetti e di quei fattori che contribuiscono a delineare l’intero concetto di sicurezza regionale, in cui l’antica contrapposizione fra Israele e Iran, con i loro rispettivi alleati, o vecchi concetti come panarabismo o identità araba, sono messi a dura prova se non destinati a scomparire del tutto già con la guerra civile siriana. Ciò è dovuto alla natura non araba  dei principali protagonisti (Israele, Iran e Turchia) e di quella totalmente araba dei Paesi forzatamente divisi (come Iraq, appunto, ma anche Siria e per gran parte anche il Libano) di questa ricerca per un nuovo equilibrio regionale, consapevoli di non poter contare su un Occidente fortemente in crisi  economicamente, ma soprattutto diviso politicamente.
La balcanizzazione, ben protetta da un ingannevole alone di democraticità – si tratta, infatti, secondo i suoi fautori, di salvaguardare i diritti delle minoranze, come è accaduto nella ex Yugoslavia, appunto -  non è nient’altro che l’ampliamento del modello iracheno ad altri scenari, come quello nordafricano, con la Libia, o mediorientale, come sta avvenendo in Yemen e si vorrebbe in Siria o, ancora, quello africano, come è già accaduto in Sudan e in Somalia; per cui non si tratta di un’ipotesi  astrusa.
Il mosaico mediorientale, così chiaramente delineato negli anni della guerra fredda, diventerebbe così un insieme composto da una moltitudine di sottosistemi forzatamente ma anche pericolosamente connessi fra loro, potenzialmente pronti ad esplodere, alimentando ulteriormente l’instabilità regionale in modo da giustificare politiche di riarmo e presenze militari costanti, pronte per ogni evenienza.
Il rischio di instabilità, tuttavia, non è solo dato dalla divisione e dalla parcellizzazione di quelle realtà nazionali in entità religiose ed etniche distinte, quanto dalla pretesa di  ergersi a potenza regionale da parte di soggetti  che orchestrano dal di fuori questi contrasti e sono pronti a goderne dei frutti, come appunto l’Arabia Saudita, il Qatar o l’Iran o la stessa Israele.
In gioco ci sarebbe la ridefinizione dell’identità e dell’appartenenza politica ed economica del mondo arabo, che si divide non solo fra sunniti e sciiti, o fra sufi e salafiti, ma anche fra forze pro-monarchiche e quelle pro-repubblicane, così come fra sostenitori della resistenza armata contro Israele e Stati Uniti e coloro che, invece, invocano un negoziato di pace ad oltranza.
Le particolari ambizioni regionali degli Stati del Golfo potrebbero trovare l’opposizione in potenze mondiali, come la Russia e la Cina, come ha dimostrato il loro veto all’intervento armato in Siria all’interno del Consiglio di Sicurezza: la prima agisce per antiche consuetudini e interrelazioni personali, e la seconda per non venir tagliata fuori dal  più ricco serbatoio al mondo di idrocarburi, di cui necessita abbondantemente.
Per quanto riguarda, poi, gli Stati Uniti, l’unico obiettivo chiaro ed espresso più volte, anche nei confronti delle vicende siriane, è il contenimento dell’Iran e delle sue ambizioni nucleari  che minacciano di dare il via ad una pericolosa “nuclearizzazione” di quell’area che, da civile come nelle intenzioni iraniane, potrebbe – anche se su questo punto vi è disaccordo fra gli esperti – trasformarsi in minaccia militare. Al desiderio statunitense del contenimento dell’Iran, si aggiunge quello di Israele di utilizzare al massimo quanto sta avvenendo in Siria per far scomparire del tutto da quella regione gli hezbollah filoiraniani – che in Damasco trovano il supporto politico -, sebbene ormai integrati democraticamente nel sistema elettorale libanese ma pur sempre una variabile troppo minacciosa per la sicurezza di Tel Aviv.
La leadership from behind dell’amministrazione Obama, inoltre, nei confronti degli alleati europei, come Regno Unito e Francia, ha fatto sì che responsabilità e conseguenze di qualsiasi loro atto, diplomatico e militare, a supporto delle rivolte o nel rovesciamento di regimi, da quello libico a quello siriano, siano state vissute in prima persona con protagonismi personali che sono andati a scapito della compattezza politica dell’Unione Europea e più a favore di una collaborazione militare ristretta a pochi elementi, seppur all’interno di una vasta alleanza come la Nato.
Di conseguenza, l’altalenante e contraddittoria politica di Obama di fronte alle rivolte arabe dell’ultimo anno, non ha aiutato l’Europa a porsi come interlocutore unito e credibile, favorendo di fatto altri soggetti locali. La Turchia di Erdogan, ad esempio, abbandonata la pretesa di una politica zero problems with neighbours, e ponendosi come potente interlocutore fra le parti in lotta, ha dimostrato, infatti, di poter diventare per molte élite  dei Paesi musulmani della regione un riferimento, come esempio e  fonte di ispirazione, sminuendo di gran lunga l’Iran che mira, invece, ad un suo ruolo egemone.
E ciò non vale solo per i rapporti con il resto del Medio Oriente. L’ Europa, infatti,  è ben conscia del ruolo trainante di Ankara anche del mondo musulmano europeo: senza l’ appoggio turco, l’Unione Europea non può sperare di allargarsi alle comunità musulmane balcaniche che nella realtà multireligiosa propria dell’ eredità dell’impero ottomano trovano, comunque, una radice culturale che non appartiene al continente europeo non mediterraneo, che ribadisce a spron battuto le sue radici cristiane. Sottovalutare il ruolo della Turchia come fattore di congiunzione fra Vicino Oriente e Europa è mettere a rischio il futuro dell’Unione e dei rapporti fra questa e il resto dell’Europa orientale e, ancora, con quelli della regione mediorientale.
E’ evidente che il gioco di Ankara non è dettato da altruismo, ma per realizzare il suo sogno di far rinascere il Califfato, come per Teheran unire l’Umma sotto la sua ala protettrice. In pratica, vecchi progetti che non possono che trovare giovamento dai tumulti delle piazze arabe e dalle guerre civili, come quella siriana, a scapito della bella illusione occidentale circa un nuovo cammino dei paesi del Maghreb e del Medio Oriente verso la democrazia.
Da questi elementi, accennati brevemente sino ad ora, si può comprendere come la guerra in atto in Siria rischi di diventare una guerra regionale, perché a quelle rivolte sino ad ora, non è corrisposto un vero mutamento dei rapporti di potere politico ed economico interno e interregionale. In pratica, non è ancora avvenuto il vero cambiamento radicale dei vecchi regimi, che non significa cambiare soltanto gli uomini ai vertici dello Stato, ma rivoluzionare l’approccio alla gestione della cosa pubblica, che da elitario deve diventare condiviso, e che è alla base dei processi democratici.
Al contrario, si sono aggiunte componenti nuove, non ancora pronte alla democrazia e sorde a ogni appello di condivisione, che rischiano di travolgere quei moti rivoltosi e trasformarli a breve in più ampi scontri che trovano nelle diversità religiose piuttosto che nelle rivalità tribali o di clan la linfa vitale per alimentarsi e per radicalizzarsi.
In uno scenario così fragile e a rischio si insinuano facilmente fenomeni trasversali ai confini nazionali e alle identità tribali, come le varie ramificazioni di al Qaeda che da locale – come è stata fino a qualche tempo fa al Qaeda in Yemen – sono già diventate regionali come al Qaeda nella Penisola Arabica (AQAP) o al Qaeda in Maghreb (AQIM).
Con questi pericolosi inneschi si completa lo scenario di insiemi e di sottoinsiemi proprio della regione mediorientale, in cui emerge l’ azzardo del fenomeno al Qaeda, che si è trasformato e ampliato, decretando, se ancora ci fosse necessità, il fallimento della guerra dell’Occidente al terrorismo iniziata dopo i fatti dell’11 settembre. Ecco perché quanto sta avvenendo nella Penisola Arabica avrà un’incidenza eccezionale sulla futura politica di sicurezza mondiale.
E’ necessario, quindi, non trascurare, oscurando del tutto l’informazione, quanto sta accadendo in Bahrein o in Arabia Saudita, perché dall’evoluzione di quei fatti scaturirà, in un futuro molto vicino, anche un nuovo concetto di sicurezza regionale, da cui dipenderà quella del resto della comunità internazionale.
Si tratta del compito più complesso dopo la fine della guerra fredda e il più recente  cambio dei rapporti di forza fra le nazioni di quell’area, con la scomparsa degli ultimi esponenti di quei regimi che erano rimasti l’unico tramite fra le vecchie grandi potenze, come Stati Uniti e Russia, o quelle ex coloniali - ora più o meno unite sotto le insegne dell’Unione Europea – e quei territori, nordafricani e mediorientali, ristretti in confini imposti a tavolino ma mai accettati totalmente dalle differenti componenti sociali, tribali  e religiose di quelle regioni. 
Un Occidente veramente desideroso di cambiare le sorti di quei Paesi e per garantire la propria sicurezza per non venire totalmente sopraffatto da forze radicali destabilizzanti dovrà quindi sostenere e rafforzare quell’Islam moderato che mira all’unione e non all’esclusione di parte di se stesso nella gestione politica. Solo l’integrazione anche delle frange più estreme nei processi di rivoluzione di quei sistemi e la loro conseguente democratizzazione potrà impedire la pericolosa parcellizzazione di realtà sociali in conflitto fra loro, con la realizzazione di un progetto di balcanizzazione colmo di incognite per il futuro della sicurezza regionale e mondiale.
Sicuramente trascurare quanto sta avvenendo in varie parti del mondo arabo e islamico, a scapito non solo di una etnia o di una setta, ma di un intero progetto di rivoluzione, non contribuisce a comprendere la vera sfida di quelle rivolte e a cogliere l’opportunità che la storia sta dando non solo al Medio Oriente o al Nord Africa, ma anche al futuro di un Occidente, sempre più in crisi di identità e di guida di una parte di mondo così vicino.


19/2/2012